Legge elettorale, l’opposizione ribadisce la sua inadeguatezza

La riforma al Senato per l’esame in commissione Affari costituzionali

Meloni agita la palude. Dopo le spudorate polemiche dell’opposizione e il «no» di quella trentina di traditori della maggioranza all’emendamento per l’introduzione delle preferenze, presentato dalla premier e dal governo, con 217 sì, 152 no e 2 astenuti, la Camera ha ripristinato, per la seconda volta in due giorni, le distanze fra maggioranza e minoranza e dato il primo via libera alla riforma della legge elettorale. Ora non resta che aspettare il Senato, dove forse si cercherà di recuperare l’emendamento del governo bocciato a Montecitorio. Al Senato, per sfortuna dell’opposizione, non esiste il voto segreto.

Ma questo significherebbe eventualmente esporsi a una terza lettura a Montecitorio, con il ritorno della «segretezza». Conviene? A parere personale, no! Significherebbe correre lo stesso rischio dei quattro furbetti del quartierino: Conte, Schlein, Bonelli e Fratoianni, diventati cinque con l’ingresso in squadra del segretario di +Europa, Magi, presentatore dell’emendamento sulla sottoscrizione digitale per la presentazione delle liste, bocciato dall’Aula con 138 voti favorevoli, 222 contrari e 7 astenuti.

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La sconfitta dell’emendamento Magi

Fossi in loro, starei cercando una «tana» dove nascondermi per la vergogna. Non contenti di aver vinto sulle preferenze e senza tenere conto che quella vittoria era stata più merito di un manipolo di traditori della maggioranza, che ha votato contro il governo per questioni di proprio interesse, che loro, volevano stravincere. E hanno portato in Aula l’emendamento già respinto in Commissione. Nonostante, peraltro, il parere contrario dei relatori, del governo e della Commissione Bilancio, ci hanno rimesso le penne, perché è stato nuovamente bocciato.

Il che, dopo l’indegno spettacolo offerto contro Meloni e il governo in seguito alla bocciatura, per un solo voto – dicesi uno: 188 a 187 -, a Montecitorio, dell’introduzione delle preferenze nella legge elettorale, che, tra l’altro, rappresenta una richiesta avanzata da tempo dalla Consulta perché prevista dalla Costituzione, li aveva spinti a pretendere immediatamente le dimissioni della premier e del governo.

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E non perché Meloni avesse posto la fiducia sullo stesso emendamento o perché la sua bocciatura potesse far saltare l’approvazione della legge, che, anzi, ha proseguito il proprio iter procedurale. Tant’è che, successivamente, è stato respinto anche l’emendamento Magi e la legge è già stata trasmessa alla commissione Affari costituzionali del Senato ed è in attesa dell’incardinamento per la discussione e il voto per questa settimana.  Bensì perché i lorsinistri pensavano che potesse essere quello scossone – auspicato nel novembre 2025 dal consigliere di Mattarella, Garofani – necessario per far cadere il governo.

Gli 84 voti di differenza ignorati

A proposito, mi piacerebbe chiedere al quintetto del quartierino come mai un voto di differenza a favore dell’opposizione sia sufficiente a quest’ultima per pretendere la rinuncia dell’esecutivo e a far dire al «Corrierone» che «per risolvere i problemi d’Italia basta non votare Meloni», ma ben 84 voti di differenza a favore del governo, in occasione del voto finale per l’approvazione della legge, non abbiano spinto la stampa e il «super» quotidiano milanese a chiedere alla minoranza di dimettersi e tornarsene a casa per manifesta incapacità.

Un’inadeguatezza, tra l’altro, solare ed evidente con il «no» all’emendamento Magi. Un’opposizione vera e consapevole, vista la sconfitta in Commissione, non lo avrebbe riproposto alla Camera il giorno dopo la bocciatura di quello del centrodestra sulle preferenze, per non rischiare di perdere l’opportunità di continuare ad accusare l’esecutivo di essere stato sfiduciato dalla sua maggioranza e di dover, per questo, andarsene a casa. Ci ha provato e ci ha rimesso le penne. Ne è scaturita una duplice sconfitta, che ha dimostrato che, se a sinistra esiste ancora un’Unità, è quella diretta da Sansonetti e fondata da Gramsci nel 1924. Ma la si può trovare in edicola. Non certo nella sinistra di Schlein & C.

La coalizione di centrosinistra torna a dividersi

E tutto questo appena dieci giorni dopo che la stessa opposizione era stata costretta alla fuga da Napoli, a forza di fischi e contestazioni, subito dopo aver rinviato a data da destinarsi gli appuntamenti già previsti dal programma «Al lavoro per l’Italia» per le politiche del 2027. Non prima, però, che i cinque del quartierino provvedessero a rassicurare i fan che la coalizione «certamente si presenterà unita all’appuntamento con le urne». Ma neanche una settimana dopo la situazione è tornata a essere, se non addirittura peggiore, almeno precaria quanto prima e, per di più, con motivi di fibrillazione in crescita costante.

Vedi la politica estera e la guerra in Ucraina; il salario che, secondo qualcuno, basta che sia minimo, ma per qualcun altro deve essere giusto. Per l’Italia, salari di serie A e B, insomma! Intanto, si dicono tutti d’accordo sull’imposizione dell’ennesima patrimoniale mascherata, ma non hanno ancora deciso come presentarla. Chiamarla con il proprio nome potrebbe essere «controproducente».

E non hanno ancora deciso neanche fino a che punto arrivi la povertà e dove cominci la ricchezza. Tant’è che c’è chi vorrebbe farla partire da 500.000 euro – beh, qui, più che di un patrimonio cui «estorcere» un contributo di solidarietà per sanità, scuola e stipendi dei dipendenti pubblici, si tratterebbe di ceto medio da punire perché lavora troppo e, quindi, guadagna più della media – o da un milione. E sono ancora alla ricerca del generale che li guidi. Probabilmente è ancora in Accademia.

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