Un nome di facciata per rinviare la vera resa dei conti
La politica dovrebbe scegliere un leader. Il campo largo, invece, cerca un prestanome elettorale. La proposta di candidare un partigiano, oggi necessariamente tra i 96 e i 101 anni, ha almeno un pregio: rende evidente fino a che punto il centrosinistra sia disposto a spingersi pur di non decidere tra Conte e Schlein.
L’idea parte da Roberto Speranza e trova ora la sponda di Angelo Bonelli. «Se si faranno le primarie, candidiamo un partigiano o una partigiana», propone il co-leader di Avs. In alternativa andrebbe bene anche «il presidente di uno dei comitati dei familiari delle vittime delle stragi fasciste, da piazza Fontana alla stazione di Bologna». Bonelli precisa che non si tratterebbe di una candidatura «farlocca o puramente simbolica».
Ed è proprio qui che la faccenda diventa meravigliosa. Se bisogna persino specificare che un candidato di almeno 96 anni non sarebbe simbolico, vuol dire che qualcuno teme che gli italiani possano equivocare. Chissà perché. Dovrebbero evidentemente considerare del tutto normale affidare Palazzo Chigi a una persona nata, nella migliore delle ipotesi, nel 1930.
Il candidato premier, però, dovrebbe essere quello che governa se vince. Non un nome da mettere sulla scheda per attraversare indenni le primarie, evitare la conta tra i leader e rimandare a dopo le elezioni la domanda che il campo largo non riesce a risolvere prima: chi comanda?
Conte o Schlein? Meglio un partigiano
Il centrosinistra, pur di non arrivare allo scontro tra i due leader, sembra cercare ogni possibile uscita di sicurezza. Il campo largo deve decidere chi mettere contro Giorgia Meloni e rischia di spaccarsi proprio nel momento della scelta. Conte vuole le primarie, Schlein evita per ora di «buttarsi nella mischia», una parte del Pd vorrebbe fare a meno dei gazebo e, sottotraccia, anche nella maggioranza dem si lavora alla ricerca di un terzo nome.
E allora arriva il partigiano. Un fringuello politico perfetto: non fa vincere Conte contro Schlein, non fa vincere Schlein contro Conte e soprattutto non costringe nessuno dei due a perdere. Si prende uno dei 240 reduci ancora in vita, lo si mette sulla scheda e il problema è risolto. O meglio, rimandato.
Perché poi, naturalmente, resta da capire cosa dovrebbe succedere in caso di vittoria. Davvero il centrosinistra immagina un presidente del Consiglio tra i 96 e i 101 anni impegnato tra Consigli europei, vertici internazionali, leggi di bilancio, crisi parlamentari e riunioni notturne? Oppure il candidato servirebbe soltanto per vincere e, una volta incassati i voti, si aprirebbe il secondo tempo della partita per decidere chi governa davvero? Nel primo caso siamo alla fantapolitica geriatrica. Nel secondo alla presa in giro degli elettori.
I richiami alla sobrietà
Che la provocazione sia scivolosa lo dimostra persino Arturo Parisi, uno degli architetti dell’Ulivo. L’idea di Speranza – un partigiano oppure un diciottenne – vale il «Nobel per la Pace a Trump», osserva al Foglio, prima di porre una domanda molto meno elaborata delle strategie del campo largo: perché «buttarla in vacca così»?
Dal mondo direttamente chiamato in causa arrivano risposte decisamente più sobrie. Paolo Lambertini, presidente dell’associazione dei familiari del 2 agosto, considera quella di Speranza una «provocazione» che mostra comunque un’attenzione «non scontata» ai valori custoditi da partigiani e associazioni. Il suo predecessore Paolo Bolognesi suggerisce invece una soluzione rivoluzionaria: parlare di politica. Bisognerebbe partire dal «programma», osserva, altrimenti «non ha molto senso». E sul possibile testimone chiude rapidamente la pratica: «Ho 82 anni, largo ai giovani». Figurarsi a 96.
L’onestà dei numeri
I numeri hanno il brutto vizio di rovinare le suggestioni. Secondo i dati dell’Anpi, i partigiani ancora in vita sono 240 e hanno tra i 96 e i 101 anni. Quindi il candidato più giovane disponibile avrebbe 96 anni. Bonelli ricorda che «la nostra democrazia nasce dalla Resistenza e dalla lotta partigiana antifascista». Benissimo. Ma qui non si sta scegliendo il presidente onorario di un’associazione: si sta parlando di chi dovrebbe guidare il governo italiano. Se la candidatura non è «puramente simbolica», allora bisogna prendere sul serio l’ipotesi di un premier ultranovantenne. Se invece nessuno pensa davvero di affidargli Palazzo Chigi, allora siamo esattamente davanti a un candidato di facciata: utile a evitare lo scontro tra Conte e Schlein e a rinviare tutto a dopo il voto.
La tarantella sulle primarie
Intanto Conte non cambia linea: primarie aperte, anche online, e nessun terzo candidato fabbricato dalle segreterie. Riccardo Ricciardi pone una domanda che rischia di guastare la festa: con quale «legittimazione» un nome scelto dall’alto (ultranovantenne, ndr.) potrebbe sfidare Meloni? L’obiettivo dei Cinquestelle è portare «due milioni di persone alle primarie».
Il leader 5Stelle, insomma, vuole contarsi. Pezzi del Pd preferirebbero non contarsi. Schlein costruisce la propria leadership senza ancora scendere nell’arena. Altri cercano un terzo nome che impedisca la collisione. Speranza e Bonelli, nel dubbio, tirano fuori un partigiano.
Ed è forse questa la fotografia migliore del campo largo: una coalizione che aspira a governare l’Italia ma considera un problema quasi insolubile stabilire chi dovrebbe farlo. Si può chiamare provocazione, suggestione, proposta, contributo al dibattito. Resta un fatto molto più semplice. Gli italiani, quando votano, dovrebbero sapere chi si candida a governarli. Se sulla scheda finisce invece un ultranovantenne scelto per evitare che Conte e Schlein si facciano male e il vero capo del governo si decide dopo, non siamo davanti a una sofisticata strategia politica. Siamo davanti a una presa in giro degli italiani.




