Morte di Francesca Tucci, il legale del chirurgo indagato: «Nessun verdetto sui social»

L’avvocato critica le dichiarazioni nella diretta di Borrelli

La morte di Francesca Tucci al Cardarelli resta una vicenda da accertare nelle sedi competenti, non un processo da celebrare sui social. È il punto attorno al quale si muovono, con toni diversi ma convergenti, la nota dell’avvocato Gabriele Di Criscio e la lettera aperta dei direttori di Dipartimento dell’ospedale napoletano.

Il legale del chirurgo Felice Pirozzi, tra le tre persone indagate a Napoli per il decesso della 24enne, interviene dopo le dichiarazioni «rese in data 06/07/2026, nel corso della diretta Facebook sulla pagina del deputato Francesco Emilio Borrelli». «In uno Stato di diritto, le responsabilità si accertano esclusivamente nelle sedi giudiziarie competenti, attraverso il contraddittorio tra le parti e nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali», sottolinea Di Criscio. «Ogni tentativo di trasferire il confronto processuale sul terreno mediatico rappresenta una deriva che non giova all’accertamento della verità».

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«Ancora più grave è l’eventuale richiesta pubblica di provvedimenti disciplinari o di sospensione del dott. Pirozzi», afferma Di Criscio, «fondata su circostanze che, peraltro, non corrispondono al vero». Il legale aggiunge: «È inaccettabile che si invochino conseguenze afflittive sulla base di affermazioni prive di riscontro e prima ancora che gli accertamenti tecnici siano stati eseguiti».

«È assolutamente inopportuno – aggiunge – il riferimento, operato nel corso della diretta, ad altri procedimenti penali che in passato hanno riguardato il dott. Felice Pirozzi, quasi che la mera esistenza di pregresse iscrizioni nel registro degli indagati possa costituire indice di colpevolezza o addirittura giustificare l’invocazione di provvedimenti disciplinari».

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I direttori del Cardarelli

Sul caso intervengono anche i direttori di Dipartimento dell’Azienda ospedaliera «A. Cardarelli» Carmine Antropoli, Massimo Costa, Umberto Esposito, Ciro Mauro, Mario Muto, Claudio Schonauer, Romolo Villani e Lina Zuccatosta, direttore del Dipartimento integrato oncoematologico e toraco-polmonare. «In questi giorni il nostro ospedale è al centro dell’interesse dei media che stanno seguendo la vicenda di una paziente deceduta al Cardarelli, a seguito di un delicato intervento», scrivono nella lettera aperta. «Come direttori di Dipartimento ci uniamo al cordoglio già espresso nei giorni scorsi dall’Azienda alla famiglia e ai cari della ragazza».

I firmatari riconoscono l’impatto della vicenda, ma chiedono che la valutazione resti nelle sedi previste. «Comprendiamo che un evento come questo susciti domande, e crediamo che il nostro operato debba essere valutato da chi ne ha la competenza, nelle sedi previste dall’ordinamento, con tutto il rigore che una valutazione seria richiede. È un diritto dei pazienti e delle famiglie, ed è anche nell’interesse della medicina stessa».

«Non un verdetto emotivo»

«Quello che però osserviamo con preoccupazione è un fenomeno diverso: la trasformazione di una vicenda ancora da accertare in un caso giudicato nelle piazze social, con informazioni sommarie e spesso da chi non ha elementi sufficienti per farlo. Riteniamo che questo modo di procedere sia dannoso non solo per noi come professionisti, ma per l’intera collettività», sottolineano i direttori.

«La medicina – aggiungono – non è una scienza esatta, e lo diciamo ogni giorno ai nostri pazienti. Non tutti rispondono allo stesso modo alle stesse cure, e l’evento avverso, purtroppo, è statisticamente possibile anche quando ogni procedura è stata condotta correttamente: non è automaticamente sinonimo di errore medico. Stabilire cosa sia realmente successo richiede un’analisi tecnica, non un verdetto emotivo».

Come medici del Cardarelli «abbiamo la responsabilità quotidiana della vita di pazienti che spesso arrivano a noi dopo non aver trovato risposta altrove». Solo nell’ultimo anno, ricordano, le équipe hanno effettuato circa 30.000 procedure chirurgiche e gestito circa 70.000 accessi al Pronto Soccorso, occupandosi il più delle volte di emergenze, oncologia e patologie rare.

«Per questo chiediamo rispetto: per la professione, per il Servizio Sanitario Nazionale che essa sostiene e per tutti noi. Non chiediamo di non essere valutati, ma che la valutazione avvenga nelle sedi preposte, con competenza e nei tempi necessari – non sostituita da un giudizio sommario costruito sull’onda dell’emotività». Le speculazioni, concludono i direttori, «chiunque le promuova, rischiano di minare la fiducia in un sistema sanitario pubblico che ogni giorno si prende cura di chi ne ha bisogno, indipendentemente dalla capacità di pagare».

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