Addio offerte di lavoro opache: il decreto che cambia colloqui e stipendi

Nuove regole per annunci, selezioni e buste paga

Finisce l’epoca degli annunci di lavoro senza stipendio. Con il decreto sulla trasparenza salariale, pubblicato in Gazzetta Ufficiale ed entrato in vigore il 7 giugno, la retribuzione non potrà più restare un dettaglio da scoprire solo alla fine della selezione. Il provvedimento recepisce la direttiva europea sulla parità salariale e introduce nuove regole per aziende, candidati e lavoratori. L’obiettivo è rendere più controllabile il principio della stessa retribuzione per lo stesso lavoro, o per un lavoro di pari valore, e rafforzare gli strumenti contro il divario salariale tra uomini e donne.

Trasparenza salariale, finisce l’epoca degli annunci senza stipendio

La novità più immediata riguarda chi cerca lavoro. I datori dovranno indicare la retribuzione iniziale o almeno la fascia retributiva prevista per la posizione offerta. Una misura pensata per evitare selezioni opache e trattative costruite su informazioni sbilanciate tra azienda e candidato.

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Il decreto interviene anche su un altro punto delicato: durante la selezione non potrà essere chiesto al candidato quanto guadagnava nel precedente rapporto di lavoro. Lo stipendio passato, dunque, non dovrà più diventare il punto di partenza per definire quello futuro. Una scelta che punta a impedire la replica automatica di eventuali divari retributivi già subiti.

Le procedure di selezione e gli annunci dovranno inoltre essere formulati con criteri neutrali rispetto al genere. Il principio alla base del provvedimento è chiaro: a parità di lavoro, o per un lavoro di pari valore, la retribuzione deve essere definita secondo parametri oggettivi e verificabili.

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Più diritti per i lavoratori già assunti

Le nuove regole non riguardano soltanto chi entra in azienda. Anche i lavoratori già assunti avranno diritto a conoscere i criteri utilizzati per determinare retribuzione, progressione economica e livelli salariali. Potranno inoltre ottenere informazioni sui livelli retributivi medi, suddivisi per sesso, dei colleghi che svolgono lo stesso lavoro o mansioni considerate di pari valore.

Il decreto rafforza così gli strumenti per far emergere eventuali differenze non giustificate tra uomini e donne. Il divario salariale non viene trattato come una questione astratta, ma come un dato da misurare, spiegare e, se necessario, correggere.

Se emerge una differenza retributiva di genere pari o superiore al 5% e non giustificata da criteri oggettivi, il datore di lavoro dovrà intervenire. La norma prevede una valutazione congiunta con le rappresentanze dei lavoratori e il coinvolgimento degli organismi competenti, con l’obiettivo di individuare le misure correttive.

Obblighi per le aziende e controlli

Il decreto si applica ai datori di lavoro pubblici e privati e rafforza gli obblighi informativi in materia di retribuzioni. Per le imprese con almeno 100 dipendenti sono previsti adempimenti periodici sui dati retributivi, con l’obiettivo di rendere più trasparente la struttura salariale interna e più controllabile l’eventuale divario tra uomini e donne.

Per le realtà più piccole, il provvedimento demanda a successivi interventi la definizione di alcune modalità operative, anche per evitare carichi sproporzionati e tutelare la riservatezza nei contesti aziendali con pochi dipendenti.

La trasparenza salariale entra così in una fase nuova: non più soltanto un principio generale, ma un insieme di obblighi concreti che incidono sugli annunci di lavoro, sui colloqui, sulle buste paga e sui rapporti interni alle imprese. Per i lavoratori significa avere più strumenti per capire come viene determinato lo stipendio. Per le aziende significa dover spiegare meglio criteri, differenze e progressioni.

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