Governo, Meloni rilancia da Bari: «Abbiamo fatto tanto. Dobbiamo fare di più e meglio»

Il Sud al centro: «Deve diventare il posto dove si torna»

Non soltanto una festa per il governo più longevo della storia repubblicana, ma soprattutto l’occasione per fare il punto su quanto realizzato e indicare ciò che resta ancora da fare. A Bari Giorgia Meloni rivendica risultati, ammette ritardi e rilancia la sfida verso il 2027.

Il traguardo è quello dei 1.413 giorni a Palazzo Chigi, abbastanza per superare il precedente primato dell’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi. Fratelli d’Italia sceglie il porto di Bari per celebrare il risultato davanti a una platea che raggiunge circa 10mila presenze. Tra il pubblico dominano i militanti meloniani, con cappellini bianchi e spillette «Io c’ero», mentre sul palco si alternano gli esponenti della maggioranza.

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Prima della presidente del Consiglio interviene Raffaele Fitto, vicepresidente della Commissione europea, seguito dal leader di Noi Moderati Maurizio Lupi. Matteo Salvini e Antonio Tajani partecipano invece a distanza. Il segretario della Lega, accanto a Umberto Bossi, rende omaggio a Berlusconi definendolo un «gigante».

Ma il record non resta confinato alla dimensione celebrativa. Meloni lo utilizza per rivendicare uno dei risultati politici più evidenti della legislatura: la stabilità. Una continuità di governo che ha rafforzato il peso dell’Italia nei rapporti internazionali e restituito al Paese maggiore credibilità. «La stabilità è la prima grande riforma che abbiamo regalato a questa nazione», afferma. E aggiunge: «Oggi, quando l’Italia siede al tavolo, tutti sanno che con quell’interlocutore bisognerà fare i conti ancora a lungo».

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L’obiettivo è rendere questa stabilità un elemento strutturale anche per il futuro, attraverso una legge elettorale che consenta ai cittadini di scegliere «la coalizione, il programma, il candidato premier da proporre al Capo dello Stato» e garantisca a chi vince la possibilità di governare per cinque anni. La sintesi è netta: «Niente ribaltoni».

I quattro anni e gli obiettivi ancora aperti

Il bilancio tracciato da Meloni tiene insieme risultati e consapevolezza del lavoro ancora da completare. La premier riconosce che in alcuni settori «la discontinuità che gli italiani chiedevano ancora non si vede come dovrebbe» e che in altri «le risposte non arrivano velocemente come dovrebbero o forse non bastano». Ma il percorso politico resta chiaro: «Sbagliamo come tutti», dice, indicando tra gli obiettivi quello di «scardinare incrostazioni di potere che sono vecchie di decenni», ricostruire «sul merito una macchina pubblica» e convincere «una nazione rassegnata che vale la pena tornare a crederci».

Da qui anche il richiamo alla propria classe dirigente: «Dobbiamo fare di più, dobbiamo farlo meglio». Un invito a non accontentarsi dei risultati raggiunti e a proseguire nel lavoro avviato. Meloni ricorda inoltre il contesto eccezionalmente complesso nel quale l’esecutivo ha governato: guerra in Ucraina, 7 ottobre, Gaza, crisi in Medio Oriente, Iran, Niger, Sudan, dazi americani, Hormuz, traffico di esseri umani e caro carburanti. Sul fronte interno si sono aggiunti calamità naturali, terrorismo, baby gang. «Non è mancato niente», osserva, tornando sul punto centrale del discorso: «La stabilità per l’Italia non è stata un vezzo, la stabilità è stata uno scudo».

Lavoro e imprese

È sul lavoro che arriva una delle rivendicazioni più forti. Dall’inizio della legislatura i contratti a tempo indeterminato sono cresciuti «di oltre un milione e trecentomila», mentre quelli precari sono diminuiti. È il dato «del quale io vado più fiera», sottolinea Meloni, collegando il lavoro stabile alla possibilità concreta di pagare un affitto, ottenere un mutuo, costruire una famiglia e programmare il futuro.

Nel bilancio entrano anche il taglio del cuneo fiscale, la riforma dell’Irpef e gli interventi sui premi di produttività. Resta però aperta la questione salariale: «Gli stipendi in Italia sono ancora troppo bassi, ragione per cui intendiamo perseverare».

Sul fronte delle imprese, Meloni richiama la riforma fiscale, le misure per chi assume e investe e i principali dossier industriali affrontati dal governo, dall’ex Alitalia a Tim e Mps fino all’ex Ilva. Proprio sull’acciaieria, tema particolarmente sentito in Puglia, la linea indicata è quella di tenere insieme salute e produzione: «Il nostro obiettivo è tutelare la salute pubblica ma anche preservare un patrimonio industriale che è importante per la Puglia e per la nazione».

Pnrr e Mezzogiorno, il Sud cambia passo

Ampio spazio anche al Pnrr. Meloni rivendica il risultato ottenuto sul Piano e ricorda che l’Italia non ha perso risorse, ma ha rimodulato gli interventi in funzione delle esigenze reali del Paese. «Non solo non abbiamo perso un euro, ma abbiamo adeguato il Pnrr ai bisogni reali di questa nazione», afferma, sottolineando anche il primato italiano nella spesa delle risorse europee.

Da Bari, il passaggio al Mezzogiorno assume un valore politico particolare. La Zes unica viene indicata come modello da estendere al resto del Paese, mentre i dati richiamati dalla premier mostrano una crescita del Pil e dell’occupazione al Sud superiore alla media nazionale e un aumento dell’export del Mezzogiorno e delle isole superiore al 13% nei primi tre mesi dell’anno.

La sfida più importante, però, resta quella di trattenere i giovani e invertire la direzione di marcia degli ultimi decenni. L’obiettivo è «fare del Sud il posto dove si arriva o dove si torna e non quello da cui si parte». Nel capitolo sociale entrano anche congedi parentali, assegno unico, bonus mamme, bonus nido, contributo per i nuovi nati e interventi sull’Isee. Sul fronte abitativo il governo punta invece sul Piano Casa, con l’obiettivo di realizzare 100mila alloggi in dieci anni a prezzi calmierati.

Energia, nucleare e autonomia nazionale

Un altro asse centrale è quello dell’energia. Dopo oltre 60 miliardi destinati a proteggere famiglie e imprese dal caro energia e gli interventi sulle accise, il governo punta ora ad aumentare la produzione interna. «Adesso vogliamo che l’energia che serve all’Italia si produca il più possibile in Italia», afferma Meloni.

Da qui la scelta di «riaprire la strada del nucleare» dopo quarant’anni e di aumentare «la quota di petrolio che si può estrarre nei nostri mari». La transizione energetica, nella linea tracciata dalla premier, non deve significare nuove difficoltà per famiglie e imprese: non deve «impoverire le famiglie» né «chiudere le fabbriche», ma poggiare su «autonomia, innovazione, neutralità tecnologica». Anche sul caro carburanti viene indicata una linea più mirata: niente nuovi tagli generalizzati delle accise, ma interventi rivolti soprattutto alle fasce di reddito che hanno maggiormente bisogno di sostegno.

Immigrazione e sicurezza, la linea italiana diventa europea

Sul fronte dell’immigrazione Meloni rivendica il cambio di paradigma avviato dal governo, a partire dal calo degli arrivi irregolari. Ma soprattutto sottolinea come molte delle posizioni sostenute dall’Italia siano entrate nell’agenda europea: procedure d’asilo più stringenti, rimpatri più rapidi, lista dei Paesi sicuri, accordi con gli Stati di origine e transito e possibilità di realizzare centri per i rimpatri fuori dall’Unione europea. Il riferimento è anche al modello Albania. La sintesi politica è affidata a una frase: «Ci hanno chiamato estremisti per anni e poi hanno copiato tutto».

Da qui il discorso passa alla sicurezza interna. «In Italia c’è una legge sola ed è la legge italiana», afferma Meloni, ribadendo la linea contro il fondamentalismo e sottolineando che «la libertà delle donne in Italia non è negoziabile». Sul tema delle violenze di genere la premier è altrettanto netta: «Il femminicidio esiste».

Nel bilancio trovano spazio anche il sostegno alle forze dell’ordine, le carceri, il contrasto alla criminalità giovanile, le occupazioni abusive, la lotta alla mafia, l’ergastolo ostativo e la stretta sui boss. La sicurezza resta uno dei terreni sui quali il governo intende continuare a intervenire. «La sicurezza nazionale non è l’alternativa alla libertà. È la condizione, la precondizione perché la libertà esista».

Riforme e sfida politica verso il 2027

Nel finale Meloni respinge l’accusa secondo cui il governo non avrebbe prodotto riforme e richiama gli interventi su fisco, Codice degli appalti, politiche di coesione, Corte dei conti, Codice della strada, maturità, accesso a Medicina e tax credit per il cinema. Sulla giustizia parla invece di un’«occasione persa» dopo il voto degli italiani, ma assicura che il lavoro proseguirà.

L’ultima parte dell’intervento è tutta politica. «Perché “mandiamo a casa la Meloni” non mi sembra un programma particolarmente articolato», afferma, attaccando la strategia delle opposizioni. E aggiunge: «Questo non è fare opposizione, questo è tifare contro la propria nazione».

La prospettiva è già quella del 2027. Giovanni Donzelli assicura che «il governo durerà fino alla fine della legislatura», ma Meloni va oltre il dato della durata. «Quando tra qualche decennio qualcuno racconterà questi anni, a me non interessa che si dica che noi siamo stati il governo che è durato di più», afferma. L’ambizione è lasciare il segno per ciò che è stato fatto, non soltanto per il numero dei giorni trascorsi a Palazzo Chigi: essere ricordati come il governo del momento in cui l’Italia ha «smesso di rassegnarsi».

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