La calma di facciata copre malumori su Schlein e campo largo
Il Pd invita alla calma, ma sembra la calma del capitano mentre l’acqua entra in sala macchine. Venezia ha mandato in corto circuito il racconto ottimistico del centrosinistra e riacceso lo scontro tra riformisti, maggioranza dem e alleati.
Dietro la facciata composta, il pentolone dem ribolle. La sconfitta di Venezia, vissuta come una debacle inattesa, ha riportato il Partito democratico sulla terra dopo settimane di letture nazionali, suggestioni e voli politici forse un po’ troppo anticipati. Nei palazzi si parla ancora del voto, tra chat, capannelli e malumori. La versione ufficiale è prudente. Quella reale è molto meno serena.
Picierno punge Schlein
A rompere il silenzio è Pina Picierno. L’eurodeputata dem scrive che «i risultati ci aiutano a riportare sulla terra chi aveva già preso il volo costruendo letture nazionali fondate più sulle suggestioni che sulla realtà». Il nome di Elly Schlein non compare, ma nel Pd molti leggono il messaggio come diretto proprio alla segretaria, accusata implicitamente di aver caricato Venezia di un peso politico eccessivo dopo la lettura troppo nazionale del referendum.
Picierno parla di errori di analisi e avverte che «le coalizioni tengono se hanno pragmatismo e classi dirigenti credibili». Tradotto: non bastano slogan, entusiasmo e geometrie larghe sulla carta. Servono candidati, programma e realtà. Altri riformisti non escono allo scoperto, ma a microfoni spenti descrivono il voto come «un salutare richiamo al principio di realtà» per i vertici del partito.
Taruffi prova a spegnere l’incendio
Igor Taruffi, responsabile Organizzazione del Pd, prova a raffreddare il clima. «Politicamente ognuno puó usare questo risultato come vuole», dice, ma rivendica i numeri: su 18 comuni capoluogo, 5 sono stati vinti dal centrosinistra, 3 dal centrodestra e 4, tra cui Salerno ed Enna, da civici non di destra. Restano poi sei città al ballottaggio e, secondo Taruffi, «la partita per l’anno prossimo è aperta».
Il problema è che nel Pd non tutti sembrano convinti. Tra i riformisti circola un avvertimento pesante: «La vittoria non è scontata, presti attenzione chi preparava già la lista dei sottosegretari». Una stilettata a chi, nel centrosinistra, avrebbe già immaginato il dopo senza aver ancora risolto il prima.
La richiesta è una coalizione «larghissima e che parli a tutti». Ma il campo largo, per ora, appare largo soprattutto nei comunicati. Anche nella maggioranza dem crescono le preoccupazioni: il «bottino magro al Sud», la scarsa attenzione alla sicurezza, a Venezia e non solo, e la performance degli alleati, con il timore di «riflessi identitari dei 5S dovuti agli scarsi risultati».
Il campo largo cerca ancora un’anima
La partita delle alleanze si riapre così nel momento meno comodo, alla vigilia dei ballottaggi. Dal Pd arriva la richiesta di uno «scatto in più» su programma e coalizione. Fuori dal Nazareno, Giuseppe Conte predica «prudenza» sulle «elezioni territoriali», cita «tanti successi» ma riconosce che ci sono anche sconfitte: «ci sono elementi da cui trarre valutazioni, ma il nostro percorso prosegue».
Il leader M5S rilancia il «progetto progressista», insiste sulla sicurezza e punge Giorgia Meloni: «Meloni si è sentita ringalluzzita dal risultato di Venezia, ma non è mai stata lì a fare campagna». Nicola Fratoianni, da Avs, lamenta il «ritardo» nel dare «anima e proposte» alla coalizione. Ernesto Ruffini chiede un «tavolo di confronto» perché la proposta, per ora, «non è sufficiente per l’alternativa».
Intanto Silvia Salis, nell’anniversario della sua elezione, ricorda che «un anno dopo, il cammino continua». Nel centrosinistra il cammino continua davvero, ma tra inciampi, distinguo e qualche colpo sotto traccia. La calma resta la parola d’ordine. Il caos, invece, è il sottotitolo.




