Salerno, De Luca torna sindaco: schiaffo a Pd, M5S e campo largo

Lo «sceriffo» vince da solo

Vincenzo De Luca festeggia un nuovo ritorno a Salerno con un risultato netto: 57,88% dei consensi, quinta elezione da sindaco e un successo personale maturato fuori dagli schemi tradizionali del Pd. Il voto di Salerno consegna al Nazareno una risposta difficile da archiviare: l’uomo che il Pd ha provato a contenere, frenare e accompagnare verso l’uscita resta largamente più forte del partito nella città che ha governato più volte. De Luca vince senza simboli, senza benedizioni nazionali e soprattutto senza quel campo largo che, alla prova delle urne, non riesce nemmeno ad avvicinarsi al suo risultato.

A 33 anni dalla prima elezione del 1993, lo «sceriffo» firma un primato con pochi o nessun precedente in Italia. Il suo 57,88% pesa come una rivincita personale dopo lo scontro sul terzo mandato da governatore e dopo il quasi strappo con il Nazareno. Cinquestelle e Avs, schierati su un altro candidato, si fermano al 14,11%. Il centrodestra con Gherardo Maria Marenghi arriva al 15,02%.

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La sproporzione è il dato politico più evidente: De Luca da solo vale più dello schema che avrebbe dovuto sostituirlo. E il campo largo, presentato come formula obbligata del centrosinistra, a Salerno diventa un campo stretto, incapace di competere con il consenso personale dell’ex governatore.

Dopo la vittoria, De Luca rivendica il risultato con parole misurate ma chiarissime: «È un voto che mi riempie d’orgoglio e mi emoziona». Poi guarda subito all’amministrazione: «Da domani saremo al lavoro per la nostra comunità, in maniera concreta, senza respiro».

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Lo «sceriffo» che rompe gli schemi della sinistra

La vittoria arriva pochi giorni dopo i 77 anni e chiude una campagna elettorale condotta alla sua maniera: strada, contatto diretto con i cittadini, legge, ordine e progetti di sviluppo. Un linguaggio lontano dai rituali del centrosinistra nazionale, ma evidentemente più efficace dei tavoli, delle alchimie e delle alleanze costruite a freddo.

De Luca nasce politicamente come giovane segretario del Pci a Salerno. Laureato in storia e filosofia, materie insegnate per alcuni anni alle superiori, mostra fin dall’inizio capacità politica e fiuto nel leggere gli umori dell’elettorato. Gli vengono riconosciute cultura e familiarità con le citazioni, ma il suo profilo pubblico si impone anche per modi ruvidi, toni spicci e ironia tagliente.

La ribalta nazionale arriva dopo la prima elezione a sindaco di Salerno, quando sceglie posizioni in controtendenza rispetto al mainstream della sinistra, soprattutto su immigrazione e sicurezza. È uno dei tratti che lo rendono scomodo: parla a un elettorato reale, spesso prima che il partito trovi una linea da comunicare.

Negli stessi anni si consuma il confronto con Antonio Bassolino, altro sindaco forte della politica campana. Bassolino arriva alla presidenza della Regione, De Luca resta a Salerno, ma continua ad aumentare il suo peso politico. Sostiene la svolta di Massimo D’Alema dal Pds ai Democratici di sinistra e, nel 2001, non potendo tentare il terzo mandato consecutivo da sindaco, viene eletto alla Camera. Nel 2006 torna alle comunali, vince per la terza volta e riprende la guida della città. Le classifiche di gradimento lo premiano stabilmente e lui sintetizza quel rapporto con una frase diventata marchio: «Qui mi votano anche le pietre».

Dal braccio di ferro col Pd al campo largo mai nato

Nel 2010 la corsa alla Regione Campania si ferma contro Stefano Caldoro, candidato del centrodestra. Cinque anni dopo De Luca si ripresenta e vince, aprendo dieci anni di governo regionale. Da quel momento diventa una voce sempre più ingombrante nel dibattito nazionale e negli equilibri interni al Pd.

Alle primarie dem del 2023 sostiene la mozione Bonaccini, sconfitta da Elly Schlein, e da allora non risparmia critiche alla nuova segreteria. Lo scontro esplode sul terzo mandato: De Luca fa approvare in Consiglio regionale, contro il parere del partito, una legge per consentirgli la terza ricandidatura a governatore. L’operazione viene poi bloccata dal ricorso del Governo alla Corte Costituzionale.

Poi arriva il paradosso. Dopo averlo contrastato, il Pd torna a trattare con lui. De Luca sostiene con una sua lista Roberto Fico, candidato del campo largo alla presidenza della Regione, e ottiene per il figlio Piero, deputato, l’elezione a segretario dei dem in Campania.

Ma la tregua dura poco. Un nuovo fronte si apre quando l’ex governatore ufficializza la volontà di candidarsi a sindaco di Salerno. Una scelta indigesta per il M5S, che prova a forzare la mano con il Pd chiedendo ai dem di non appoggiare De Luca e di riproporre anche in città lo schema del campo largo.

Alla fine, però, la prova di forza la vince ancora lui. Il Pd rinuncia a presentare il simbolo, il M5S è costretto a correre per conto proprio e il campo largo, a Salerno, non nasce nemmeno. Il risultato delle urne rende il quadro ancora più pesante per il Nazareno e per gli alleati: De Luca conquista il 57,88%, mentre la formula alternativa resta lontanissima.

Il voto di Salerno consegna così una risposta secca a chi immaginava di chiudere la stagione dello «sceriffo». Il Pd prova a prenderne le distanze, il M5S tenta di sbarrargli la strada, il campo largo resta sulla carta. Gli elettori, invece, lo riportano al Comune con una percentuale che trasforma la vittoria locale in uno schiaffo politico al Nazareno e ai suoi alleati.

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