Mezzogiorno unito per non essere più solo «Mezzo»

Perché, se il Sud s’arrabbia può fare davvero male, referendum docet

Ripensare il Mezzogiorno, per un futuro diverso. È vero che a far vincere il «no» al referendum siano stati il Sud e i giovani al di sotto dei 35 anni. Continuare a dire che ne siano stati gli elementi determinanti è obiettivamente eccessivo. Per vincere, infatti, il «no» ha dovuto fare affidamento sui diretti interessati, ovvero i magistrati. Su quanti, insomma, avevano interesse a che tutto restasse così com’era.

Indubbiamente, in vista del voto del 2027 – e non solo per motivi elettorali, bensì per cominciare a dimostrare finalmente che il Sud e i giovani, per il centrodestra, non rappresentano soltanto un «cestello» raccogli-voti, ma una realtà importante e significativa per la crescita del Paese – servono i fatti, però, e non le chiacchiere vuote a perdere che hanno riempito i 165 anni trascorsi dalla falsa unità d’Italia a oggi.

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Perché proseguire, come ha proposto qualche collega sulla strada di presunte «grandi» conferenze stampa, per raccontare il successo della Zes unica – che c’è, ma di cui nessuno riesce ad avere consapevolezza perché la stragrande maggioranza dei media italioti è tutta schierata dall’altro lato della barricata e ripete a pappagallo le menzogne della sinistra, mentre agli italiani arrivano soltanto quelle – che, sommate al contributo di chi è pregiudizialmente contro la maggioranza, vanifica ogni sforzo.

Così come insistere nel ribadire il fallimento del reddito di cittadinanza, dei bonus, del superbonus edilizio e di altre amenità del genere, propinate come aiuti allo sviluppo del Mezzogiorno, ma che, di contro, rappresentano semplicemente il prosieguo del vecchio sistema assistenzialista che non ha mai aiutato il Sud a recuperare in misura efficace e sufficiente i ritardi del passato, sia in termini infrastrutturali sia produttivi e di sviluppo.

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Un progetto di sviluppo per il Sud

Più che continuare, quindi, a blaterarne a vuoto, senza raggiungere alcun risultato reale e duraturo, è giunto il momento di cominciare a discutere sul serio e lavorare davvero per il suo decollo. Che non può non partire da un progetto complessivo di sviluppo che indichi con chiarezza quale debba essere la sua «mission», programmandone la crescita attraverso l’utilizzo ottimale delle sue potenzialità endogene: mare, colline, boschi, agricoltura, industrie agroalimentari e prodotti tipici, giacimenti archeologici, ambientali e paesaggistici, affiancandole a strutture ricettive e infrastrutture ferroviarie, viarie e civili, capaci di avvicinarle fra loro e metterle in contatto con il resto del mondo.

Un processo di sviluppo per il quale il ponte sullo Stretto, come collegamento del Mediterraneo al Baltico e all’Artico, assume – checché ne dicano i «noisti» italioti in servizio permanente effettivo dalle Alpi a Capo Passero – un ruolo di notevole rilievo.

Anche perché l’Italia del tacco non deve più limitarsi a essere soltanto un mercato di vendita di prodotti provenienti da altre aree del Paese e acquistati dai meridionali grazie alle risorse messe a loro disposizione quale elemosina di cittadinanza che, anziché ridurne le distanze con l’Italia al di sopra del Garigliano, finisce inesorabilmente per allargarle.

Trasformandosi, così, in un’ulteriore fonte di arricchimento per il Nord ai danni dei meridionali, che finiscono per ritrovarsi ancora una volta nei panni dei «cornuti e mazziati»: ovvero vengono accusati di vivere dell’elemosina pubblica, che però restituiscono attraverso gli acquisti di beni e servizi in arrivo dall’Italia del Nord, perché quella del tacco non li produce. Ed è proprio questo che deve finire.

La Macroregione e la sfida del cambiamento

Il Sud deve diventare una zona d’interscambio che, a fronte di beni provenienti da fuori dei suoi confini, fornisca servizi e prodotti di sua quasi esclusiva pertinenza (mare, turismo, cultura, ambiente, agricoltura, ecc.) che, se ben valorizzati, possono essere strumenti di sviluppo di enorme importanza.

Di più: se è vero, com’è vero, che l’unità fa la forza – e visto il successo ottenuto dalla Zes unica – perché non puntare a quel progetto di Macroregione autonoma dell’Italia del Sud, unendo in un’unica struttura politico-istituzionale le regioni meridionali, di cui si parla da tempo? Il cui primo passo potrebbe essere rappresentato proprio dall’istituzione del Dipartimento per il Sud, che assorbirà la Zes.

Il che contribuirebbe anche alla realizzazione dell’indispensabile progetto unico di sviluppo per l’intera area, la cui mancanza ha rappresentato l’ostacolo principale alla sua crescita, mentre ha consentito all’economia dell’altra Italia di allargarsi sempre più verso il Sud. Vedi la grande distribuzione, tutta nordica, oggi. E le tante grandi industrie del Nord «precipitatesi» al Sud, negli anni ’50, sulla scia di leggi e risorse pubbliche per lo sviluppo del Mezzogiorno.

Che, dopo aver messo su qualche capannone e assunto migliaia di lavoratori, al momento opportuno per loro hanno smantellato baracche e burattini e se ne sono tornate ai patrii lidi. È questo il modus agendi che va cambiato, se si vuole che il Sud cresca. Magari cominciando proprio da qui. Ci pensi Giosy Romano, capo designato del DpS. Sarebbe, però, anche il caso che le centinaia di associazioni meridionaliste la smettano di litigare fra loro per motivi ideologici e riscoprano quella sensibilità meridionale, oggi totalmente assente, indispensabile per il suo sviluppo.

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