L’azienda prepara un ricorso
A Taranto un’ordinanza del sindaco Piero Bitetti impone lo stop entro 30 giorni della centrale termoelettrica dell’ex Ilva. Il provvedimento riguarda Acciaierie d’Italia Energia (AdI Energia), la società che alimenta gli impianti del siderurgico. L’azienda, secondo quanto si apprende, sta già preparando l’impugnazione al Tar chiedendo la sospensiva, con l’obiettivo di evitare che la fabbrica si fermi.
Alla base dell’ordinanza, il Comune evidenzia che AdI Energia risulta «inadempiente in merito alla presentazione del piano di riduzione per quanto concerne il rischio non cancerogeno, relativamente ai parametri emissivi arsenico, cobalto, nichel».
Nel provvedimento viene richiamato «il principio di precauzione ambientale, sancito dall’art. 3-ter del codice dell’Ambiente di derivazione comunitaria», secondo cui «quando sussistono incertezze o un ragionevole dubbio riguardo all’esistenza o alla portata di rischi per la salute delle persone, possono essere adottate misure di protezione senza dover attendere che siano pienamente dimostrate l’effettiva esistenza e la gravità di tali rischi». Si richiama inoltre la legge n. 21 del 2012 della Regione Puglia, che «si prefigge lo scopo di prevenire ed evitare un pericolo grave, immediato o differito, per la salute degli esseri viventi e per il territorio regionale».
Gli effetti sul ciclo produttivo
Secondo l’azienda, imponendo lo stop alla centrale elettrica non sarebbe più possibile recuperare e gestire i gas del ciclo siderurgico. Questi, non potendo nemmeno essere bruciati in torcia, resterebbero privi di qualsiasi possibilità di smaltimento. In queste condizioni, il ciclo produttivo non può proseguire. L’impossibilità di gestire i gas comporterebbe infatti, come conseguenza diretta dell’ordinanza, la fermata dell’area a caldo, che rappresenta il centro dello stabilimento di Taranto.
Lo stop della centrale renderebbe inoltre impossibile l’approvvigionamento dell’energia elettrica prodotta dai gas siderurgici, attualmente utilizzata per alimentare gli impianti a valle dell’area a caldo. Verrebbe quindi meno una componente essenziale per il funzionamento dell’intero sito.
Senza l’area a caldo e quindi senza produzione di acciaio a Taranto, si fermerebbero, per effetto della stretta interconnessione, non solo le lavorazioni a valle nel sito pugliese, ma anche gli altri stabilimenti del gruppo nel Nord Italia.
Ex Ilva, tra vendita e procedimenti aperti
L’ordinanza si inserisce mentre è ancora in corso il processo di vendita dell’ex Ilva: il gruppo indiano Jindal resta in pole rispetto al concorrente, il fondo americano Flacks Group. Il provvedimento si aggiunge inoltre a un quadro giudiziario già articolato. Il 22 aprile, davanti alla Corte d’Appello di Milano, è fissata la prima udienza per le questioni preliminari relative all’impugnazione della sentenza di febbraio del Tribunale di Milano, che ha ordinato all’azienda di rivedere una serie di prescrizioni ambientali dell’Aia rilasciata ad agosto 2025. In caso contrario, dal 24 agosto prossimo l’area a caldo dovrà essere fermata.
Il 19 maggio è prevista un’udienza al Tar di Lecce sull’impugnazione dell’ultima Aia da parte di una serie di movimenti e associazioni. Infine, l’azienda è in attesa che la Corte di Cassazione fissi l’udienza relativa al mancato dissequestro dell’altoforno 1, disposto dalla Procura di Taranto e dal gip di Taranto dopo l’incendio avvenuto a maggio dello scorso anno, con blocco senza facoltà d’uso.




