Giuseppe De Simone: «La vera prigione? Non conoscere sé stessi»

L’attore a ilSud24.it: «Pensavo fosse impossibile arrivare al cinema»

Il percorso di Giuseppe De Simone parte da una traittoria che non nasce da un sogno coltivato fin da bambino, ma da un richiamo improvviso, quasi inevitabile. «Non avevo in mente di fare l’attore, non era nei miei piani». Eppure, a guidarlo verso quella strada è stata una sorta di forza invisibile, quella che Paulo Coelho definirebbe «leggenda personale». Infatti, è proprio la lettura de L’Alchimista a spiegare la svolta della sua vita. «C’è un concetto, il “Maktub”: ciò che deve accadere, accade. E io con la recitazione mi sono sentito così».

Dallo street casting all’incontro con Massimiliano Gallo

Cresciuto a Napoli, De Simone percepiva il mondo del cinema come qualcosa di quasi irraggiungibile. «Lo vedevo in tv e pensavo fosse impossibile arrivarci». Poi, quasi per caso, arriva uno street casting. Non voleva nemmeno andarci, ma, spinto dagli amici, si presenta senza aspettative. «Pensavo: è impossibile che prendano me». E invece qualcosa accade.

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Il provino si trasforma in un momento simbolico, quasi mistico. Davanti a lui si trova Massimiliano Gallo, regista de «La salita». «Nel mio immaginario il nostro incontro è stato come la Creazione di Adamo», dice. Nessuna costruzione, nessuna tecnica: Giuseppe si presenta per quello che è, senza filtri. Recita una poesia del suo quartiere, improvvisa, si lascia andare. «Mi sono tolto ogni vergogna, ho parlato come a una persona normale».

Poco dopo arriva la chiamata. È l’inizio di tutto. Questo primo film diventa una palestra di vita, oltre che artistica. Accanto a nomi come Antonio Milo e Antonella Morea, Giuseppe si trova immerso in una realtà nuova, ma accogliente. «Sul set nessuno si sentiva superiore. Era una famiglia».

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Eppure, insieme all’entusiasmo, arriva anche il dubbio. «Per un anno ho pensato: ma io me lo merito?». Una domanda che lo spinge a studiare, a formarsi, a cercare quella consapevolezza che diventa il centro del suo percorso. «Non esiste bravo o non bravo. Esiste consapevolezza o inconsapevolezza».

Prima della recitazione, c’è lo sport: pallanuoto, calcio, palestra. «Mi ha insegnato a conoscere il mio corpo». Poi arrivano i libri, tanti libri. Da William Shakespeare a Dario Fo, fino alla psicologia contemporanea con Daniel Goleman. Una crescita continua che si riflette anche nella sua identità: Giuseppe e «Peppe», due lati della stessa persona. «Voglio essere entrambi: il bambino e l’adulto».

Il carcere come metafora interiore

Nel film «La salita», il carcere è molto più di uno spazio fisico. È una metafora. «Secondo me la prigione più grande è non conoscersi», spiega De Simone. «Siamo spesso schiavi dei nostri pensieri». Un tema che tocca corde profonde: accettare i propri limiti, fare i conti con il passato, imparare a gestire ciò che accade dentro di noi. «I pensieri influenzano gli stati d’animo. E quei pensieri siamo noi a crearli». Il titolo del film diventa così una chiave universale. «Ognuno ha la propria salita», dice.

Che sia una perdita, una relazione difficile o una lotta interiore, la difficoltà sta nel trovare la forza di andare avanti, di guardare oltre. «Sappiamo che oltre quella salita c’è qualcosa di bello, ma spesso non vogliamo fare lo sforzo per arrivarci».

Il senso del percorso

Guardando avanti, Giuseppe ha un desiderio chiaro: raccontare l’amore. Ma non quello semplice o idealizzato. «L’amore è complesso, non è una formula matematica. Ognuno lo vive in modo diverso». Vuole esplorare le difficoltà, le paure, la vulnerabilità che accompagnano questo sentimento. In un’epoca padroneggiata dalla tecnologia, sottolinea l’importanza del contatto umano e della presenza reale. «Guardarsi negli occhi è la cosa più potente che abbiamo».

Il percorso di Giuseppe De Simone continua, ma il vero traguardo non è la fama. «Quando capisci che tutto ciò che ti succede è esattamente ciò che deve succedere, trovi la pace». E forse è proprio questa la sua vera interpretazione: quella di sé stesso.

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