Meloni chiede discontinuità, il ministro Santanchè tiene il punto

Trattative febbrili nella maggioranza

La sequenza degli eventi che scuote il governo guidato da Giorgia Meloni va letta con attenzione cronologica perché racconta meno una crisi di sistema e più un passaggio di fase, in cui la leadership tenta di rafforzarsi attraverso scelte tardive ma politicamente nette. Il pomeriggio del giorno precedente segna l’inizio del terremoto: prima le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, travolto dalle polemiche legate alle sue vicende personali e giudiziarie, poi il passo indietro della capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, dopo tensioni interne con il ministro Carlo Nordio. È un primo segnale: la presidente del Consiglio accetta il costo politico di sacrificare figure anche vicine pur di arginare l’erosione di credibilità.

La scelta della premier

La svolta arriva in serata con una mossa senza precedenti per questo esecutivo: una nota ufficiale di Palazzo Chigi che auspica esplicitamente le dimissioni della ministra del Turismo Daniela Santanchè. È un passaggio cruciale perché rende pubblico uno scontro fino a quel momento interno, trasformandolo in un atto politico deliberato. La scelta di Meloni non è dettata solo dalle vicende giudiziarie che da tempo accompagnano Santanchè, ma dalla necessità di rispondere a una sconfitta referendaria pesante che ha messo in discussione la narrazione di compattezza e controllo del governo. In altre parole, il premier decide di intervenire non per inseguire le opposizioni, ma per ridefinire l’equilibrio interno e rilanciare l’azione dell’esecutivo.

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La notte è segnata da trattative, pressioni e tentativi di mediazione, anche attraverso figure come Ignazio La Russa, ma la ministra resiste, arrivando a rivendicare una legittimazione costituzionale alla permanenza in carica. Questo irrigidimento rende ancora più evidente il punto politico: Meloni non può permettersi di arretrare. La linea “chi sbaglia paga” diventa non solo uno slogan, ma una necessità strategica per evitare che l’immagine di un governo incapace di autoregolarsi si consolidi.

Lo stallo

La mattina successiva fotografa plasticamente lo stallo: Santanchè arriva al ministero senza rilasciare dichiarazioni, mentre da un lato il partito di maggioranza ribadisce la fiducia nella leadership del premier, dall’altro le opposizioni attaccano chiedendo un passaggio parlamentare immediato. Figure come Carlo Calenda, Giuseppe Conte e Matteo Renzi leggono la vicenda come segnale di debolezza, ma questa interpretazione appare parziale: la difficoltà nel far dimettere un ministro non è necessariamente indice di fragilità, quanto piuttosto il riflesso di un cambio di linea che incontra resistenze interne.

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Parallelamente, Meloni parte per Algeri per incontrare il presidente Abdelmadjid Tebboune, confermando una continuità nell’azione internazionale e nella gestione dei dossier strategici, in particolare quello energetico. Questo elemento è tutt’altro che secondario: mentre il dibattito interno si infiamma, la presidente del Consiglio mantiene la proiezione esterna del governo, segnalando che la macchina dello Stato continua a funzionare e che la crisi è circoscritta alla dimensione politica interna.

Lo scontro in Parlamento

Nel frattempo, in Parlamento si alza il livello dello scontro. L’intervento di Galeazzo Bignami, con accuse durissime alle opposizioni, indica che la maggioranza ha scelto di non arretrare sul piano comunicativo. Non è solo difesa, ma contrattacco: l’obiettivo è ribaltare la narrazione da crisi del governo a ipocrisia degli avversari.

Se si tiene insieme tutta la sequenza, emerge una lettura coerente: il premier arriva tardi, ma interviene in modo deciso per rimuovere elementi percepiti come ostacoli politici dopo una sconfitta elettorale significativa. La richiesta di dimissioni a Santanchè, preceduta dai passi indietro di Delmastro e Bartolozzi, non è un cedimento bensì un tentativo di riprendere il controllo del ciclo politico e di inaugurare quella “fase due” evocata anche da esponenti non ostili.

Il vero nodo non è la presenza di tensioni – fisiologiche in qualsiasi governo – ma la capacità di trasformarle in un momento di rilancio. In questo senso, la fermezza mostrata da Meloni nel rendere pubblico il dissenso e nel chiedere discontinuità rappresenta un rischio calcolato: può aprire fratture, ma anche rafforzare l’immagine di una leadership che, di fronte a un passaggio difficile, sceglie di intervenire direttamente invece di rinviare. Ed è proprio su questo crinale che si gioca la tenuta politica dell’esecutivo nei prossimi mesi.

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