Dopo il referendum ci sarà lo sprint per la nuova legge elettorale

La maggioranza vorrebbe arrivare all’approvazione entro luglio

Legge elettorale in stand by fino a dopo il referendum e poi uno sprint per l’approvazione entro luglio. Sarebbe questa – secondo quanto riferiscono diverse fonti qualificate di maggioranza – la roadmap che si sta concretizzando nella maggioranza per la riforma del sistema di voto.

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L’intenzione di procedere, anche a sola maggioranza, c’è e lo conferma anche la ministra Elisabetta Alberti Casellati. Ma le interlocuzioni, per il momento, proseguiranno più che altro sottotraccia. Anche perché la quadra nel centrodestra è ancora da costruire. «In maggioranza si sta discutendo – spiega il portavoce azzurro Raffaele Nevi – ma manca ancora una sintesi. C’è un ragionamento aperto nei singoli partiti, mentre prosegue il dialogo anche con le opposizioni».

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Ad ogni modo, «si entrerà nel vivo dopo il referendum», spiega Stefano Benigni, che per Forza Italia si sta occupando del dossier. «Prima c’è una campagna referendaria sulla giustizia da vincere», aggiunge. L’input in questo senso, spiegano più di un parlamentare, sarebbe arrivato direttamente dai leader: un’indicazione a non mescolare le due partite che sarebbe nata anche per non dare armi alle opposizioni, pronte da subito ad attaccare sostenendo che la maggioranza volesse cambiare le carte in tavola per paura di perdere le elezioni.

Un concetto ribadito anche dal capogruppo dem al Senato Francesco Boccia. «Sulla legge elettorale hanno toccato il fondo. Per tre anni – sottolinea – hanno raccontato al Paese che avevano vinto perché erano i più forti. Allora ammettono che hanno vinto nel 2022 solo perché il centrosinistra era diviso. Siccome pensano di non vincere più, allora cambiano le regole, sempre in perfetto stile trumpiano». Sulla stessa linea Raffaella Paita (Iv): «La vogliono cambiare perché temono di perdere».

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Il nodo del nome

Ad ogni modo, subito dopo il voto del 22 e 23 marzo, l’intenzione della maggioranza è quella di procedere per chiudere entro luglio, evitando di arrivare troppo a ridosso del semestre elettorale. Il nodo più grosso da sciogliere, al momento, resta quello dell’indicazione del nome del premier sulla scheda elettorale. «Non è in sintonia con la Costituzione – sottolinea il leader azzurro Antonio Tajani – perché il presidente del Consiglio lo indica il capo dello Stato».

Dunque «si può indicare nel programma» ma, per Forza Italia, non si può andare oltre. Fratelli d’Italia è però decisa a procedere su questa strada. «Lo abbiamo spiegato anche agli alleati: l’indicazione del nome accanto all’elenco dei partiti che lo sostengono – è il ragionamento di un big del partito della premier – è utile a tutti perché i voti di un elettore che mette la croce solo su quello vengono distribuiti tra tutti. Se un elettore che vuole votare Giorgia Meloni trova il suo nome solo nel logo di Fratelli d’Italia, fa la croce lì e i voti vanno tutti a noi. C’è pure il discorso del proporzionale con preferenza che deve essere affrontato con serenità condivisa da parte di tutti gli alleati di maggioranza».

La Lega, che ha da subito puntato i piedi contro l’ipotesi di eliminazione dei collegi, per ora sul dossier mantiene un profilo basso e fa capire di non avere fretta.

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