Manovra, Giorgia Meloni serra le fila e accelera sul maxiemendamento

La premier ha convocato un vertice e scelto la nuova strategia

Dopo le tensioni con la Lega, che ha minacciato di non votare l’emendamento da 3,5 miliardi del governo con misure per le imprese, considerata la presenza di una stretta in due punti sulle pensioni anticipate, la premier Giorgia Meloni, di ritorno dal Consiglio europeo che ha deciso, su spinta dell’Italia, di abbandonare la pista dell’utilizzo degli asset russi e di convergere sulla soluzione del debito comune Ue per sostenere finanziariamente l’Ucraina, si è intestata il dossier della legge di bilancio, convocando un vertice d’urgenza a Palazzo Chigi con i vicepremier, il ministro Giorgetti, il viceministro Leo e il responsabile dei Rapporti con il Parlamento Ciriani.

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Da qui la decisione: l’exit strategy individuata, quella di un nuovo decreto da far planare sul tavolo del Consiglio dei ministri lunedì, è stata abbandonata con l’obiettivo di accelerare sulle misure che erano state stralciate. Dai fondi Zes a Transizione 5.0, le misure arriveranno con un nuovo maxiemendamento, depurato dalla parte sulle pensioni.

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La premier non avrebbe affatto gradito, sottolineano fonti parlamentari della maggioranza, l’incidente avvenuto in Commissione al Senato e avrebbe quindi chiesto al titolare del Mef, Giancarlo Giorgetti, assente alla cerimonia di auguri al Quirinale con il presidente della Repubblica, di risolvere il nodo delle misure sulle imprese e di trovare le coperture ad hoc. «Si è deciso che è più corretto fare un nuovo emendamento su temi che la Commissione ha comunque già visto», ha annunciato il ministro Ciriani a Palazzo Madama.

Le nuove coperture? Nessun ulteriore sostegno da parte delle banche: «saranno all’interno dei piani Inps e nella rimodulazione di alcuni investimenti», ha specificato il ministro per i Rapporti con il Parlamento. «Avevamo approvato le norme che erano state concordate, filava tutto liscio», spiega un esponente della Lega.

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Nel frattempo, però, l’opposizione tirava in ballo il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e Fdi chiedeva conto delle tensioni interne al partito di via Bellerio. Mentre anche il vicepremier di FI Antonio Tajani parlava di «una incomprensione nella Lega», professando «ottimismo» sull’accordo da trovare nella maggioranza, è arrivata la spinta a evitare slittamenti e nuove tensioni.

Lo slittamento

Il protrarsi dei lavori della Commissione per arrivare al mandato al relatore potrebbe ora portare a uno slittamento dell’approdo della manovra in Aula al Senato, con i lavori che potrebbero allungarsi fino alla mattina del 24 dicembre. Gli uffici del Senato avranno bisogno di 36-48 ore per comporre il testo per l’Aula; difficilmente, dunque, nell’ipotesi di mandato al relatore oggi pomeriggio, il provvedimento potrebbe essere pronto lunedì mattina alle 9.30.

E la premier, secondo quanto viene riferito, ha voluto vedere tutte le misure che verranno inserite nel maxiemendamento per evitare altre fibrillazioni, ma soprattutto per fare in modo che, nonostante lo stralcio delle misure sulle pensioni, gli altri interventi previsti in un primo momento non vengano in alcun modo ridimensionati.

La premier, riferiscono fonti parlamentari della maggioranza, avrebbe dunque sottolineato la sua irritazione e la necessità che non accadano più episodi simili. «Se la Lega vuole fare sempre il controcanto, allora se ne trarranno le conseguenze», tagliava corto un esponente di primo piano del partito di via della Scrofa. Insomma, l’obiettivo del vertice convocato nella sede del governo da parte della presidente del Consiglio è stato quello di un chiarimento, ma anche di «ricompattare» la maggioranza per evitare ulteriori strappi e fughe in avanti.

«Proprio nel giorno in cui l’Italia ha avuto un grande successo per la mediazione trovata in Europa non è possibile dividersi in questo modo», sottolinea un altro «big» di Fratelli d’Italia.

L’opposizione

Intanto, l’opposizione va all’attacco sulla gestione della legge di bilancio, con il Pd in testa che chiede chiarimenti direttamente al responsabile del Mef, Giancarlo Giorgetti, impegnato a chiudere le coperture sulle misure per le imprese. «Se non è più in grado di fare il ministro dell’Economia, rassegni le dimissioni», l’affondo del capogruppo dem al Senato, Francesco Boccia. «È gravissimo il colpo di mano tentato in sordina sulla manovra, perché non si scherza sui sacrifici di una vita di chi ha lavorato. Sulle pensioni si consuma il più alto tradimento delle promesse elettorali del governo Meloni», ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein. «La maggioranza si è rotta per le loro divisioni, ha tentato il colpo di mano, ma siamo riusciti a fermarla».

«Penso davvero che Meloni e Salvini dovrebbero essere “spernacchiati” a vita. Nel frattempo, comunque finisca la telenovela emendamento, Giorgetti ha perso la faccia», ha affermato il leader di Italia viva, Matteo Renzi. «Toc Toc! Dov’è finita Confindustria», ha osservato il presidente del M5s Giuseppe Conte.

«L’unica cosa rimasta in piedi è quella sorta di prelievo forzoso che prevede dal 2028 una tassazione dello 0,5%, che poi diventa dell’1% su ogni fattura, a meno che le aziende non aderiscano al concordato preventivo. Un ricatto su cui vogliono fare gettito per circa 1,5 miliardi l’anno». «Penso che Salvini sia proprio molto spregiudicato e stia cercando di usare provvedimenti di cui conosce perfettamente l’esistenza. Li fa uscire per poi poterli attaccare. Se fossi in Meloni e Tajani, gli darei una bella tirata d’orecchie», ha sottolineato il leader di Azione Carlo Calenda.

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