Autonomia differenziata, la Consulta manda in fibrillazione il centrodestra

La parola passa al Parlamento. La Lega sulla graticola

L’unica lettura condivisa dalle forze di maggioranza è che il referendum sull’Autonomia differenziata è praticamente superato. E ciascuno tira un sospiro di sollievo per motivi diversi, come si evince raccogliendo gli umori nel centrodestra. Giorgia Meloni perché il suo governo eviterà una sorta di bivio in primavera. Antonio Tajani perché per Forza Italia non sarebbe stato semplice misurarsi con le regioni del Sud guidate da governatori azzurri fortemente critici con la legge. E Matteo Salvini per il timore di una bocciatura per mano degli elettori del Mezzogiorno.

Per il resto, dopo lo stop impresso dalla Corte costituzionale, si registra soprattutto incertezza su tempi e modi con cui si potranno varare i correttivi. Per analisi approfondite e indicazioni sulle prossime mosse, nel governo si aspetta di leggere la sentenza completa. «Non c’è nessun disorientamento, c’è il richiamo al Parlamento con l’indicazione di alcune linee guida di rettifica», la sintesi del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano.

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Per la Lega bicchiere mezzo pieno

E dalla Lega tendono a vedere il bicchiere mezzo pieno: la Consulta, è la linea, «conferma la costituzionalità della legge» e «i rilievi possono essere agevolmente superati anche con il supporto del Parlamento senza grandi ritardi sulla tabella di marcia». Nel partito di Matteo Salvini si confida sull’esperienza del ministro Roberto Calderoli, ma è un dato di fatto che al Congresso federale atteso a inizio anno sarà difficile sbandierare l’attuazione di una storica battaglia leghista. Umberto Bossi preferisce osservare senza commentare. E fra i militanti della Lega Nord delle origini circolano commenti poco teneri verso le strategie dei vertici leghisti.

Gli alleati

Gli alleati sottolineano che fra le criticità evidenziate dai giudici costituzionali ce ne sono alcune su cui loro stessi hanno insistito nei mesi scorsi. Da parte di FdI non si registrano commenti ufficiali in queste ore. I meloniani, però, fanno notare che per loro sarebbe stato meglio procedere con una riforma più «light», e che durante le prime fasi dell’iter parlamentare non sono stati nascosti i dubbi sulla determinazione dei Lep con Dpcm e sulla regolazione delle intese con le Regioni.

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La Consulta, osserva Antonio Tajani, «pone il problema della centralità del Parlamento per apportare alcuni correttivi, soprattutto per quanto riguarda i Lep. E questa è sempre stata la posizione di Forza Italia». «Abbiamo tempo per correggere gli errori che la Consulta ha rilevato, andremo avanti su questa strada – ha spiegato il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani -. Manca un sacco di tempo alla fine della legislatura».

A maggio di un anno fa l’iter del ddl Calderoli partì in Senato. Per cortesia costituzionale, questa volta si dovrebbe ripartire dalla Camera, dove la commissione Affari costituzionali sta già esaminando il premierato e la separazione delle carriere dei magistrati, oltre al decreto flussi. È difficile, si ragiona in ambienti parlamentari, riprendere in mano la legge prima di gennaio o febbraio. Ed è data per scontata la richiesta da parte delle opposizioni di una lunga lista di audizioni. Senza contare che il comitato per definire i Livelli essenziali delle prestazioni non andrà oltre la fine del mandato, il 31 dicembre, come lascia intendere il suo presidente, Sabino Cassese.

L’opposizione

Elly Schlein parla di «una sonora bocciatura di una legge sbagliata che voleva spaccare il Paese», e secondo il suo Pd «la destra si deve fermare». «Al governo abbiamo dei dilettanti – attacca il leader M5s Giuseppe Conte -. Dall’inizio abbiamo detto che l’Autonomia era mal confezionata e distruttiva. La Consulta l’ha smantellata». L’ha resa «inattuabile» secondo Angelo Bonelli (Avs). L’ha «demolita» dice Riccardo Magi (+Europa), mentre «l’altra riforma madre, il premierato, è sparito nelle sabbie mobili di Palazzo Chigi». «Dell’impostazione di Calderoli non rimane più nulla», sostiene Raffaella Paita (Iv), secondo cui «ci sono tutti i margini perché si svolga» il referendum e il «tentativo di evitare il giudizio degli italiani da parte della maggioranza è penoso».

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