Così i politicanti di Prima e Seconda Repubblica, con la finta unità, hanno affondato il Sud

Macroregione Autonoma del Sud, ZES Unica, potenzialità territoriali e archeo-storiche possono ancora rilanciarlo

È da oltre un mese che i signori del campo largo e amici festeggiano le 500mila firme raccolte per il referendum sull’autonomia differenziata (tra l’altro già inserita in Costituzione, dal centrosinistra con la legge costituzionale 3/2001 che, con appena 4 voti di maggioranza, ha modificato il titolo V della Costituzione). Ma è sufficiente questo per dare per certa la vittoria del «sì»? Boh! Ma sull’argomento, mi sembra giusto sottoporvi qualche riflessione e qualche numero a dimostrazione che ad affondare il Sud ha già provveduto la falsa unità, e sarà difficile fare peggio.

A questo punto – se davvero vuole uscire dal «cul de sac» -, piuttosto che dell’Autonomia differenziata del ministro Calderoli il Sud deve scrollarsi di dosso l’assistenzialismo, che lo ha reso vittima degli interessi più forti e consistenti dell’alt(r)aItalia, costituendosi (come proponevo in «Capitale Sud» Iuppiter Edizioni, maggio 2017) in Macroregione Autonoma dell’Italia del Sud, che oggi avrebbe a disposizione una fuoriserie operativa già pronta: la Zona Economica Speciale Unica Mezzogiorno, istituita dal governo Meloni il 1° gennaio scorso, e potrebbe sommare le proprie immense potenzialità archeo-storiche – che grazie al ministro Sangiuliano, questo governo sta riscoprendo – a quelle altrettanto notevoli della ZES, grazie alle quali le aziende già operative e quelle che arriveranno potranno beneficiare di speciali condizioni, per gli investimenti e le attività di sviluppo fornite dalla semplificazione amministrativa (Autorizzazione Unica).

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Ma, innanzitutto, è il momento di smetterla di sparare sull’esecutivo Meloni per tutti i ritardi accumulati dall’«Italia del tacco» negli anni di 1a e 2a repubblica. E anche prima. Considerati i guai di cui l’accusano sinistra e stampa mainstream, dovrebbe essere a Palazzo Chigi, da almeno una trentina d’anni, mentre c’è da meno di due. E, per dimostrarlo, provo a dare la parola a qualche numero.

Una domanda

Per cominciare, però, una domanda destinata a restare senza risposta: quale media passabilmente serio – dopo aver scritto: «Trasporti, un ventennio di investimenti iniqui; il Nord vola, il Sud arretra» -, anziché prendersela con chi di quegli «investimenti iniqui» si è reso protagonista, se la prenderebbe con l’esecutivo in carica da 700 giorni, perché «ha smantellato il gruppo che provvedeva all’analisi della spesa pubblica territoriale» – che, peraltro, non deve aver dato il massimo, se l’iniquità continua – «per mettere la mordacchia ai dati»?

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Probabilmente nessuno, ma «Il Quotidiano del Sud» lo ha fatto. Per poi aggiungere, qualche giorno dopo che: «la scuola diventerà il simbolo più clamoroso del flop della «spacca-Italia», ma rilevando che «già oggi i divari Nord-Sud sono profondissimi e che l’edilizia scolastica, di Trento e Bolzano ha il quadruplo delle risorse nazionali mentre Sicilia, Campania e Puglia hanno il 40% in meno». Sottolineando, poi che «i prodromi del divario erano già nel «Piano Marshall» e rilevandone la contraddittoria strategia: «investire nelle aree più sviluppate e non in quelle disagiate».

Il divario negli investimentimenti

Non è un caso, quindi, se in Italia, dal 1950, mentre una legge speciale imponeva ad aziende a partecipazione statale, ministeri e amministrazioni pubbliche di destinare al Sud il 40% degli investimenti ordinari, le risorse arrivate non hanno mai superato lo 0,5% del PIL, contro il 35% del Nord. Di più, la legge di stabilità firmata da Renzi nel 2014, dei 5.859 milioni per il sistema ferroviario nazionale ne destinava 4.799 al Nord e solo 60 al Sud e 9,7 dei 10 milioni per il monitoraggio della Terra dei fuochi finirono a «vigilare» l’Expo 2015 a Milano.

Ancora, nel suddividere i 5,6 miliardi per asili nido ed istruzione, ben 700 milioni annui furono dirottati dal Sud al Nord; e il cofinanziamento nazionale ai fondi UE per il 2014/2020 ai POR di Campania, Calabria e Sicilia fu tagliato di 7,4 miliardi. Poi, con il PON «Infrastrutture e Reti» 2014/2020 – in previsione del raddoppio del Canale di Suez – anziché potenziare il sistema ferroviario meridionale per adeguarne i porti alle nuove esigenze, Renzi & c., usarono le risorse per la «rete Alta Velocità», al servizio soprattutto delle principali città del Centro-Nord, rafforzando la competitività della piattaforma logistico-portuale del Nord-Est e l’offerta aeroportuale con riferimento al Settentrione.

Per evitare che i porti meridionali, crescessero in competitività, mettendogli a disposizione un sistema ferroviario in grado di consentirgli d’inserirsi sulle tratte tirreniche e adriatiche, con immediatezza e risparmi di costi, preferirono, in segno di continuità, azzerarne ogni potenzialità. E non dimentichiamo che quando l’IRI di Prodi fece flop e fu costretta a dismettere le sue partecipazioni nelle aziende le prime a chiudere furono quelle insediatesi al Sud, grazie ai fondi dell’intervento straordinario. Come mai questo – come le altre nefandezze commesse ai danni del Sud, che non abbiamo citato per non dilungarci troppo, – nessuno lo ricorda mai?

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