Matteo Messina Denaro fermato a un posto di blocco 7 anni fa: non fu riconosciuto

Il militare non capì che aveva davanti il boss trapanese

Un carabiniere gli intimò l’alt. Lui, diligentemente, accostò l’auto e mostro i documenti. Rapida occhiata alla foto della carta di identità e poi il permesso di rimettere in moto. Siamo nel 2017 e del suo volto si aveva un’idea vaga. Poche le descrizioni dei pentiti, vecchie le fotografie che lo ritraevano. Perciò il militare che avrebbe potuto fare il colpo della sua vita, non potè capire che davanti aveva Matteo Messina Denaro, ricercato già da 24 anni.

A raccontare l’inedito episodio è stato il procuratore di Palermo Maurizio de Lucia, il magistrato che, insieme all’aggiunto Paolo Guido, ha coordinato le indagini che il 16 gennaio dell’anno scorso hanno portato alla cattura del padrino di Castelvetrano. La storia, che ne ricorda una analoga accaduta ad un altro boss rimasto latitante per decenni, Bernardo Provenzano, fermato a un posto di blocco e poi lasciato andare nel 1997, è venuta fuori nel corso di un incontro con gli studenti di Casal di Principe (Caserta).

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Il procuratore di Palermo ha parlato con i ragazzi della mafia e di Matteo Messina Denaro in una villa confiscata in cui ha sede l’associazione intitolata a don Diana, il prete ucciso dalla camorra. I pm di Palermo, che stanno cercando di ricostruire la lunghissima latitanza del capomafia, hanno accertato l’episodio raccontato da de Lucia grazie al ritrovamento, nell’ultimo covo di Messina Denaro, a Campobello di Mazara, di una serie di carte di identità conservate dal padrino.

Le false identità

Attraverso una serie di controlli i carabinieri hanno accertato che, nel trapanese, nel 2017, era stato fermato un automobilista che aveva esibito un documento intestato a una delle false identità usate dal boss. Solo che all’epoca nessuno sapeva che faccia avesse. In uno dei diari trovati nel suo nascondiglio il padrino si faceva beffa infatti degli investigatori commentando quanto gli identikit confezionati nel tempo fossero diversi dalle sue reali sembianze.

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La storia conferma, inoltre, un altro sospetto degli investigatori: Messina Denaro ha trascorso nel trapanese gran parte della latitanza. Il ricercato numero uno del Paese, dunque, per anni non si sarebbe mosso dal suo territorio. «Confidava sul fatto che le forze dell’ordine avevano sue foto vecchie di anni, ma c’era anche chi lo avvisava dei movimenti degli investigatori. Ci dobbiamo interrogare su come sia stato possibile che abbia trascorso trent’anni in latitanza. Ora si deve dare la caccia ai complici», ha detto agli studenti il procuratore di Palermo. Un impegno preso subito dopo la cattura del capomafia che ha già dato risultati.

I favoreggiatori e le indagini

Molti i favoreggiatori già finiti in manette: il geometra Andrea Bonafede, che ha prestato al boss l’identità che gli ha consentito di curarsi negli ultimi anni, la maestra Laura Bonafede, amante e fiancheggiatrice del latitante, la figlia Martina Gentile, la coppia di vivandieri che lo ospitava e il «postino» che gli portava le ricette mediche sono solo alcuni dei fedelissimi su cui il boss poteva contare.

Ma il lavoro degli inquirenti è appena cominciato. I documenti trovati nel covo sono la base di partenza delle indagini che stanno cercando di ricostruire i movimenti del capomafia, i suoi affari e le identità dei favoreggiatori ancora ignoti. Il materiale da analizzare è tantissimo e le indagini non sono facili. Andare a ritroso nel tempo, scoprire gli spostamenti fatti dall’ex latitante è complesso. Di certo c’è che, pur restando a due passi da casa sua, Castelvetrano, Messina Denaro si è spostato e per anni ha fatto una vita quasi normale.

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