Diritti a corrente alternata, Ilaria Salis condannata a risarcire gli ex assistenti

Il Tribunale riconosce 300.900 euro agli ex collaboratori

La sinistra predica bene, ma quando arriva il momento di razzolare nei rapporti di lavoro la coerenza sembra diventare facoltativa. Ilaria Salis è stata condannata in primo grado per aver licenziato due collaboratori senza giusta causa. A quanto pare, la tutela dei lavoratori resta un principio sacro, purché i lavoratori siano alle dipendenze degli altri. Il Tribunale di Milano ha disposto un risarcimento complessivo di 300.900 euro per i compensi che i due assistenti avrebbero dovuto percepire fino alla scadenza dei contratti, oltre a 10mila euro di spese legali.

A presentare il conto all’europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra è stata anche l’assenza di una residenza alla quale notificare il ricorso introduttivo del giudizio. I legali dei due ex collaboratori, Francesca Verdura, Tiziana Laratta e Sergio Romanotto, avrebbero infatti cercato invano di raggiungerla all’indirizzo ufficialmente indicato. Salis è così rimasta contumace per l’intero procedimento. Il problema della casa, insomma, torna a bussare alla sua porta, con l’unico inconveniente che questa volta non avrebbe trovato neppure la porta. La sentenza, pronunciata nel marzo 2026 dal giudice Franco Caroleo della sezione Lavoro e anticipata in esclusiva dall’Adnkronos, ha accolto le richieste dei ricorrenti.

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Dalla vittoria elettorale alla fine dell’idillio

Salis era stata arrestata in Ungheria per aver aggredito militanti di estrema destra durante le manifestazioni del cosiddetto «Giorno dell’Onore». Nel giugno 2024 era stata eletta al Parlamento europeo con Alleanza Verdi e Sinistra, anche grazie al contributo dei due assistenti che, pochi mesi dopo, si sarebbero ritrovati fuori dall’ufficio parlamentare e dentro un’aula di tribunale.

I licenziamenti sono arrivati nel febbraio 2025, senza preavviso. I contratti avrebbero dovuto proseguire fino alla conclusione del mandato europeo, fissata al 16 luglio 2029, e prevedevano retribuzioni mensili rispettivamente di 2.900 e 3.000 euro. Le mansioni erano sostanzialmente analoghe: sviluppo di progetti finalizzati alla valorizzazione del ruolo della parlamentare europea, progettazione e gestione di campagne ed eventi in Italia e all’estero, assistenza nei rapporti con le autorità e consulenza politica in ambito strategico e tattico.

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Insomma, i due collaboratori dovevano contribuire a valorizzare l’immagine politica di Salis. Il rapporto, però, è durato molto meno della campagna sui diritti. A un’assistente è stato comunicato il recesso anticipato per il «venir meno del rapporto fiduciario», che avrebbe prodotto una «situazione di incompatibilità ambientale e personale». Al collega, invece, l’incarico è stato revocato con effetto immediato «tenuto conto della manifesta insoddisfazione riguardo ai contenuti della sua collaborazione».

La giusta causa rimasta senza prove

Secondo quanto emerge dalla sentenza, Salis non avrebbe tentato alcuna forma di accordo con i due ex assistenti. La vertenza è quindi approdata davanti al giudice del lavoro, dove le parole d’ordine politiche hanno dovuto lasciare spazio alle prove. Ed è proprio qui che la vicenda si sarebbe complicata.

«Spetta certamente alla datrice di lavoro l’onere della prova della giusta causa», si legge nel provvedimento. Salis, tuttavia, «nel rimanere contumace» non avrebbe «evidentemente assolto al proprio onere». La conclusione del tribunale è altrettanto chiara: «Deve quindi affermarsi l’insussistenza della giusta causa nei recessi impugnati».

La giusta causa, dunque, è stata evocata nelle lettere di licenziamento, ma davanti al giudice avrebbe fatto perdere le proprie tracce insieme alla residenza utile per la notifica. Da qui il risarcimento di 300.900 euro, calcolato sui mancati compensi fino alla fine del mandato parlamentare, oltre ai 10mila euro di spese legali. Una lezione sui diritti dei lavoratori arrivata non da un’assemblea sindacale, ma direttamente dalla sezione Lavoro del Tribunale di Milano.

Salis: «Decisione già impugnata»

L’europarlamentare respinge integralmente la decisione. «Nel marzo 2026 il Tribunale di Milano ha emesso una sentenza di primo grado relativa al recesso dal rapporto di collaborazione con due assistenti, un co.co.co e una partita IVA, ritenendo insussistente la giusta causa. Si tratta di una decisione che contesto integralmente e che ho già impugnato».

Il procedimento è attualmente pendente in appello e Salis si dice fiduciosa che il successivo grado di giudizio possa consentire «di accertare correttamente i fatti». L’europarlamentare precisa che «La decisione di interrompere la collaborazione con i due assistenti non è stata arbitraria, improvvisa né priva di motivazioni».

Secondo Salis, la scelta era diventata «necessaria per tutelare il corretto esercizio del mio mandato parlamentare, le risorse pubbliche affidate alla mia responsabilità e, in ultima analisi, le persone che rappresento». Saranno i giudici d’appello a stabilire se le motivazioni fossero sufficienti. Nel frattempo, però, la sentenza di primo grado lascia sul tavolo una morale piuttosto scomoda: quando la sinistra sale in cattedra, i diritti dei lavoratori non ammettono eccezioni; quando deve firmare i contratti e pagare i risarcimenti, la teoria sembra improvvisamente più elastica.

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