Turismo e fondi non bastano senza una strategia
La responsabilità politica più rilevante dell’amministrazione guidata da Gaetano Manfredi non sta tanto in ciò che non è stato fatto, quanto in ciò che Napoli avrebbe potuto diventare in questi anni e non è ancora diventata. Perché raramente, nella storia recente della città, si erano presentate contemporaneamente condizioni così favorevoli con ingenti risorse pubbliche, una rinnovata centralità nazionale e internazionale, un’esplosione dell’interesse turistico, una straordinaria esposizione mediatica e una capacità di attrazione che Napoli ha conquistato soprattutto grazie alla propria forza, alla propria cultura e alla propria identità.
Era, ed è, il momento nel quale un’amministrazione avrebbe dovuto avere il coraggio di porsi una domanda ambiziosa per sapere quale Napoli vogliamo costruire per i prossimi vent’anni?
È proprio la risposta a questa domanda che ancora non c’è. Si amministrano finanziamenti, si annunciano opere, si aprono cantieri, si affrontano emergenze. Ma amministrare non significa necessariamente trasformare. E soprattutto una somma di interventi, anche importanti, non costituisce automaticamente una visione della città.
La sensazione è che a Napoli manchi oggi un grande disegno riconoscibile, capace di tenere insieme centro e periferie, turismo e residenza, sviluppo economico e inclusione sociale, mobilità e qualità urbana, università e impresa, cultura e lavoro. Qual è la Napoli che Manfredi immagina nel 2035?
Una grande capitale mediterranea? Una città europea dell’innovazione e della conoscenza? Una metropoli culturale internazionale? Una città capace di trattenere i propri giovani e attrarre imprese e professionalità? Una città finalmente policentrica, nella quale Scampia, Ponticelli, Bagnoli, San Giovanni a Teduccio e l’area nord non siano considerate margini da recuperare, ma parti essenziali di un unico progetto metropolitano? È difficile individuare una risposta sufficientemente chiara.
Ed è questo, probabilmente, il vero limite politico dell’esperienza Manfredi perché una buona amministrazione può gestire il presente ma una grande amministrazione deve costruire il futuro. Napoli, intanto, corre quasi per conto proprio.
Il turismo cresce, ma Napoli deve governare il successo
Il turismo cresce non perché sia stato inventato a Palazzo San Giacomo, ma perché il mondo ha riscoperto Napoli. Il successo della città precede in larga misura le politiche comunali e nasce da un fenomeno culturale e sociale molto più vasto legato a cinema, serie televisive, musica, gastronomia, patrimonio storico, calcio, immaginario internazionale e soprattutto quella irripetibile identità napoletana che nessuna amministrazione può rivendicare come propria.
Proprio per questo la politica avrebbe dovuto governare questo successo, trasformandolo in sviluppo. Perché il turismo, se non governato, può diventare persino una contraddizione specie se aumentano i visitatori, crescono B&B e locazioni brevi, salgono i valori immobiliari nelle aree più richieste, cambia il tessuto commerciale, ma tutto questo non necessariamente produce maggiore benessere diffuso per chi vive quotidianamente la città.
Napoli non può diventare una città bellissima da visitare e sempre più difficile da abitare. Il vero salto di qualità sarebbe stato utilizzare questa stagione irripetibile per affrontare alcune questioni strutturali con trasporti realmente efficienti, manutenzione sistematica delle strade e degli spazi pubblici, pulizia, verde, sicurezza urbana, politiche abitative, servizi sociali, infrastrutture sportive, scuole, recupero delle periferie e soprattutto creazione delle condizioni per un’economia capace di offrire lavoro qualificato.
Perché c’è una contraddizione che dovrebbe interrogare profondamente la politica specie se una città che attira milioni di persone continua a perdere tanti dei suoi giovani migliori. Questa avrebbe dovuto essere la grande ossessione dell’amministrazione, trasformare l’attrattività turistica in attrattività economica, imprenditoriale, universitaria e professionale.
Fare di Napoli non soltanto il luogo nel quale trascorrere quattro giorni, ma una città nella quale valga la pena studiare, investire, creare un’impresa, lavorare, mettere su famiglia.
Le risorse pubbliche e l’idea di città da costruire
Ed è qui che entra in gioco il tema delle ingenti risorse pubbliche disponibili in questi anni, dal PNRR agli altri programmi di finanziamento nazionale concessi generosamente dal governo Meloni e dalla Europa. Naturalmente molte opere richiedono tempo e sarebbe scorretto giudicare oggi interventi che devono ancora essere completati. Ma proprio la straordinarietà delle risorse aumenta, e non diminuisce, la responsabilità politica di chi governa. Il punto non è soltanto quanto si spende, ma per quale idea di Napoli si spende. Perché i finanziamenti finiscono. I cantieri prima o poi chiudono. Anche le stagioni turistiche eccezionali possono cambiare. Ciò che deve restare è la città.
Ed è per questo che il giudizio sull’amministrazione Manfredi non potrà limitarsi al numero delle opere realizzate o dei fondi intercettati. Dovrà misurarsi sulla capacità di aver trasformato una congiuntura eccezionalmente favorevole in un cambiamento strutturale. Tra dieci anni la domanda non sarà quanti turisti arrivavano a Napoli nel 2024, nel 2025 o nel 2026.
La domanda sarà un’altra: Napoli è diventata una città migliore per i napoletani? Sono migliorati i trasporti? Le periferie sono state realmente integrate? È aumentata la qualità dello spazio pubblico? Sono nate opportunità economiche nuove? I giovani hanno avuto qualche ragione in più per restare? Le famiglie hanno trovato servizi migliori? Il turismo ha prodotto ricchezza diffusa oppure prevalentemente rendite concentrate in alcuni settori e quartieri? È su queste domande che si misura la politica.
Manfredi ha scelto finora il profilo del sindaco-amministratore, prudente, istituzionale, poco incline agli strappi e alle grandi narrazioni. Una scelta che può avere garantito equilibrio e rapporti istituzionali utili alla città. Ma Napoli, in questa particolare fase storica, aveva forse bisogno di qualcosa in più. Aveva bisogno di una leadership capace non soltanto di amministrare le opportunità, ma di indicare una meta.
Il rischio di fare senza lasciare una nuova Napoli
Perché una città complessa come Napoli non cambia semplicemente sommando cantieri, finanziamenti e presenze turistiche. Cambia quando tutte queste energie vengono ricondotte a un progetto comprensibile ai cittadini. Ed è questo progetto che ancora fatica a emergere. Il rischio più grande, allora, non è quello di poter dire che in questi anni non sia stato fatto nulla. Sarebbe un’affermazione ingenerosa e facilmente contestabile. Il rischio è molto più serio e cioè quello di aver fatto molte cose senza aver costruito una nuova idea di Napoli.
E se al termine di questa stagione straordinaria la città sarà più visitata, più fotografata, più raccontata e magari anche più ricca in alcune sue parti, ma resterà sostanzialmente immutata nelle sue fragilità strutturali, allora avremo perso un’occasione storica. Perché i grandi sindaci non vengono ricordati soltanto per ciò che hanno amministrato. Vengono ricordati soprattutto per l’idea di città che hanno avuto il coraggio di lasciare dopo di loro.




