La Democrazia malata, «Stampa» e «Repubblica»: un governo tecnico

I 2 quotidiani “agnellini”, un tantinello masochisti sognano il ritorno dei tecnici. Come se non ci avessero già tartassati abbastanza per 11 anni

La santificazione post mortem dell’ex Capo dello Stato, Napolitano, ha certamente ridimensionato lo spazio di discussione per il primo compleanno del governo Meloni, che «motu proprio» ha cancellato, rinviandole al 22 ottobre, le iniziative programmate per il secondo giorno. Una celebrazione, per altro, durata un’intera settimana, anche perché si è incrociata con l’approvazione della Nadef 2023 propedeutica alla finanziaria 2024 e le cui misure appaiono decisamente poco rosee per il Paese.

Certo l’Italia cresce poco, comunque più della media europea e il +0,8% di Pil previsto per quest’anno resta superiore a quelli di Francia e Germania. Ma, i paletti dell’Ue e il reiterato aumento dei tassi della Bce, hanno ridotto all’osso i margini di spesa e offerto l’opportunità ai due giornal(i)oni agnellini: «Stampa» e «Repubblica» – che come la sinistra non sembrano amare particolarmente la democrazia – di agitare lo spettro di un altro governo tecnico. Che Dio ce ne «Scanzi e liberi».

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Ma con quali voti, nascerebbe e su quali si reggerebbe? Il solo rischio spread non basta. Oggi in crescita, ma ancora decisamente inferiore (200) al livello (236) in cui lo aveva lasciato Draghi a luglio dell’anno scorso. Fatto è che, se la finanziaria 2023 ha dovuto utilizzare 22 dei 34 miliardi di spesa complessiva, solo contro il caro energia, il governo Meloni ha poche colpe, ma forse qualche merito per averlo fatto. E il 2024 non si presenta certo migliore. C’è, infatti, da fare i conti anche con i 150 miliardi di buco, lasciati da Superbonus 110 e reddito di cittadinanza. Ragion per cui la manovra non potrà andare oltre i 24 miliardi (14 solo per il taglio di cuneo e irpef).

La strategia della premier

Sicché, rinunciando ad esercitarsi in mirabilie come quelle proposte dalla sinistra, in teoria condivisibili e suggestive: più risorse per sanità, scuola, ambiente, green, e alloggi per gli studenti universitari fuori sede, assistenza alle famiglie e nuovo impulso alla imprese, attraverso sussidi e sgravi fiscali, Europa e migranti (chissà, poi, perché non ci hanno pensato nei decenni di governo e i «tendini» hanno aspettato l’esecutivo di destracentro per protestare e pretendere soluzioni subito, ndr) la premier Meloni ha scelto di continuare con i sostegni diretti alle famiglie: il taglio delle tasse in busta paga, quindi, del cuneo contributivo e dell’Irpef; il sostegno alle fasce più deboli, alla natalità e assegno unico.

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Ma, a parte lo spazio – debordante, oltre misura per l’ex capo dello Stato e ridotto all’indispensabile, per il governo Meloni – bisogna riconoscere l’uniformità del modello di «narrazione dei fatti». Due fiere delle bubbole. Da una parte, per ingigantire i meriti di Napolitano, cancellandone i demeriti accumulati nel tempo e, dall’altra, paginate per il governo, ma solo per narrare «di un Paese allo sfascio» che, per fortuna degli italiani, non c’è, anzi!

C’è però poco da meravigliarsi. E’ il risultato di quell’«egemonia culturale» che – come ha sottolineato la premier Meloni – «non esiste» , ma che – come parte integrante di un sistema di potere per il controllo del consenso, politico-statuale – si sente. E pesantemente! Un sistema di controllo, che la sinistra è riuscita a costruire col tempo, lavorando nel presente, ma guardando al futuro.

L’egemonia culturale

Realizzando, sulla scia gramsciana de «l’egemonia culturale» una strategia d’occupazione del sistema culturale dove per entrare era, ed è, necessario conoscere una sola lingua: quella del «pensiero unico», nemico della libertà. Il che le è tornato utilissimo. Per carità non per vincere le elezioni, cosa che non le è riuscita quasi mai (non sarà per questo che odia il voto?), tranne che alle elezioni del 1996 con Prodi; bensì per restare aggrappata al potere pur uscendo battuta dalle urne.

Ma, per avercela fatta, deve anche ringraziare il centrodestra che, da sempre avverso al «pensiero unico», non se n’è mai preoccupato. E ancora di meno sembra preoccuparsene ora che governa grazie al voto degli italiani. «Non intendo sostituire un intollerante sistema di potere con un altro intollerante sistema di potere», ha sostenuto, la Meloni. Evidentemente, sa che gli elettori – anche quelli che non la votano – sono migliori di questa opposizione e di questi media senza idee che sanno solo odiare. In fondo ha ragione. Dal 2011 l’unico premier eletto è proprio lei. Attenzione, però. Di chi sa solo odiare, c’è poco da fidarsi.

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