L’ultimo saluto a Giovanbattista, Battaglia: restate e seminate tra le pietre aride della malavita

Ad accompagnare il feretro, l’Inno alla gioia

Ed è finita in piazza con l’«Inno alla gioia» che ha accompagnato – come hanno voluto i genitori, Franco e Daniela – il feretro nel suo ultimo viaggio, la commovente ed emozionante cerimonia funebre di Giovanbattista Cutolo. La bara bianca è stata accompagnata fuori dalla chiesa del Gesù Nuovo dopo le note eseguite dal maestro Gaetano Russo, direttore dell’orchestra Scarlatti Camera Young nella quale Giogiò suonava il corno, e dai suoi compagni.

A portare a spalla la bara gli amici del ragazzo ucciso lo scorso 31 agosto per futili motivi da un ragazzo di 17 anni con tre colpi di pistola, per uno scooter parcheggiato male. Fuori la chiesa del Gesù moltissima gente comune, tanti studenti del Conservatorio di Napoli e numerosi ragazzi. Presenti anche i ministri Sangiuliano e Piantedosi, il governatore De Luca, il sindaco Manfredi e gli ex ministri Costa e Speranza.

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A salutare il carro funebre, scortato dalla polizia municipale, un lungo applauso. I genitori Franco e Daniela, si sono più volte appoggiati sul feretro prima di lasciarlo andare. La sorella del musicista, Ludovica, ha preso tra le sue mani il corno che suonava il fratello mentre l’auto ha attraversato una piazza del Gesù gremita di persone che hanno applaudito commosse. In città, per il sindaco aveva disposto il lutto cittadino, con bandiere a mezz’asta e serrande dei negozi abbassate.

L’omelia del vescovo

«Se qualcuno vi dice scappate, io vi dico restate». Ha “gridato” monsignor Mimmo Battaglia, arcivescovo metropolita di Napoli, nell’omelia della messa di «commiato» – nel corso della quale non è riuscito a nascondere la propria commozione e quel groppo in gola che, più volte è sembrato metterlo in difficoltà “emozionale” – svoltasi nell’affollatissima chiesa del Gesù nuovo, mentre migliaia di cittadini erano riuniti nella piazza antistante la cattedrale, seguendo il rito funebre da un maxischermo.

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«Restate e seminate tra le pietre aride della malavita, la quercia della giustizia – ha affermato – Restate. E operate una rivoluzione di giustizia e di onestà. Restate e seminate tra le pietre aride dell’egoismo e della malavita il seme della solidarietà, il fiore della fraternità, la quercia della giustizia. Io sono certo che questo non è un sogno o l’invito utopistico di un vescovo: questo è e sarà grazie a noi, grazie a Giogiò, grazie ai giovani onesti e sani di questa città il futuro che il Signore sta preparando per Napoli. Un futuro in cui nessuno sarà lasciato indietro, in cui ogni figlio di Napoli sarà figlio di tutti e per tutti sorgerà un sole nuovo, un’alba nuova, una nuova primavera di speranza» ha concluso.

Ma monsignor Battaglia, nella sua omelia, ha anche chiesto scusa al giovane musicista, a nome suo, della città e anche degli amministratori, per non aver saputo difenderlo. Anche se, ha detto «fin dal giorno in cui sono arrivato in questa città mi sono reso conto che c’era un’emergenza educativa e sociale, ho cercato di adoperarmi, appellandomi a tutti, ma evidentemente non è bastato. Avrei dovuto non solo appellarmi, ma gridare fino a vedere trasformare le parole e i proclami in azioni concrete. Perdonami Giogiò, accetta la richiesta di perdono della tua città, le scuse, forse poche, di coloro che si girano dall’altra parte. Perdona tutti gli adulti di Napoli, coloro che dimenticano che i giovani di Napoli sono figli di tutti e tutti devono prendersene cura». Ha ripetuto più volte l’arcivescovo Battaglia durante l’omelia per per nella chiesa del Gesù nuovo.

«Perdonaci tutti Giogiò – ha concluso alla fine l’arcivescovo – perché quella mano l’abbiamo armata anche noi, con i nostri ritardi, le promesse non mantenute, i proclami, i post e i comunicati a cui non sono seguite azioni».

Il segnale della voglia di riscatto

Sembrano solo parole, destinate a lasciare il tempo che trovano, come, purtroppo, è successo tantissime volte in precedenza. Ma stavolta, personalmente ne sono convinto, non sarà così. Stavolta, Napoli è stata davvero colpita nel cuore ed è decisa a non arrendersi.

Chi era lì, girando fra la gente e guardandola negli occhi, ha potuto rendersene conto di persona. Perché quelli che si sono sentiti non erano soltanto applausi di commiato dal giovane musicista, ma il segnale della voglia di riscatto che l’inno alla gioia, la bara bianca sorretta dai giovani amici del musicista con indosso la maglietta con la foto di Giogiò, ha suscitato e il grido «Giovanni vive», risuonato tantissime volte hanno suscitato in Napoli e nei napoletani. E stavolta non si perderà nel breve spazio di un mattino. E io ci credo!

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