Il salario minimo per legge mette a rischio la contrattazione collettiva

E non serve al Sud, dove potrebbe ridurre ulteriormente il lavoro regolare già all’osso, lasciando senza tutele i lavoratori

Sono scesi in campo, via internet, al grido di «onestà», «onestà», mandando «vaffan….» alla «casta» dei politici definendoli «ladri». Si sono inventati, grazie all’ex ministro Di Maio – non rieletto, ma premiato con la nomina a rappresentante speciale dell’Ue per le regioni del Golfo – il «reddito di cittadinanza». E per oltre 3 anni i grillini hanno sostenuto di aver cancellato povertà e precarietà, mentre in realtà a crescere sono stati: i debiti dello Stato, poveri, precari e «furbetti » che, grazie alla mancanza di controlli, hanno portato a casa sussidi per quasi 500 milioni di euro, cui non avevano alcun diritto.

Poi, alla testa del Pd è arrivata l’ex sardina Schlein e ha cominciato a proporre «patrimoniali» a tutto spiano e l’introduzione per legge del «salario minimo» (9 euro lordi per ora) senza rendersi conto, che se ciò avvenisse ne finirebbe ridimensionata la contrattazione collettiva. Alle aziende basterebbe adeguarvisi, per essere in regola e stipendi e paghe si ridurrebbero per tutti.

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Senza aggiungere che nel Sud, servirebbe a poco, perché l’eccesso di lavoro irregolare, lascia i lavoratori senza tutele; per il basso numero di ore lavorate e la scarsezza dei rapporti di lavoro. Sicché, anche nel vertice con le opposizioni di venerdì a Palazzo Chigi, il governo ha ribadito il proprio «no». Anche se ha chiesto al Cnel (Consiglio Nazionale dell’Economia e Lavoro) presieduto da Brunetta, due mesi di tempo per mettere a punto un progetto sul salario minimo che possa essere condiviso da tutte le parti interessate e possa tornare utile anche al Mezzogiorno.

Il potere d’acquisto delle famiglie

A mettere in discussione il potere d’acquisto delle famiglie è più che sufficiente l’insistenza della Lagarde a voler combattere l’inflazione con l’aumento dei tassi di riferimento Bce (in 12 mesi da 0 a 4,25%), Il cui unico risultato è stato la crescita del costo dei mutui bancari (oltre 60%) ai danni dei clienti. Tant’è che – come sottolineate in una precedente nota – su circa 6,8 milioni di famiglie italiane indebitate, oltre la metà (3,5 milioni) hanno un mutuo prima casa e che il totale delle rate non pagate da quasi un milione di queste sfiora i 15 miliardi di euro. Per cui, causa il rialzo dei tassi imposto dalla Bce, 6,8miliardi di crediti deteriorati derivano da mutui non pagati; 3,7 da rate di credito al consumo non rimborsate; 4,3 sono arretrati di altri prestiti personali.

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Ne deriva quindi che, mentre da un lato, è cresciuto, e non poco, il costo dei prestiti bancari, dall’altro, sono esplosi in maniera esponenziale e multimiliardaria i profitti bancari. Che il governo Meloni considerandoli «guadagno illecito» ha deciso di tassare, destinando le risorse ricavate (2-2,5 miliardi) al sostegno delle famiglie per far fronte ai mutui «prima casa», e al taglio del cuneo fiscale. Certo, Moody’s e i fondi, hanno mostrato qualche perplessità ma Mattarella ha firmato il decreto «Asset» e un sondaggio di Lab21.01 per «Affaritaliani» ha rilevato che il 91,6% degli italiani è d’accordo.

Indubbiamente è vero che – come ha sottolineato qualche giornale – il governo liberale di un Paese liberale, non cambia – soprattutto per quanto attiene il fisco – le carte in tavola dalla sera alla mattina e non costringe i cittadini a pagare «imposte che fino al giorno prima non erano dovute e che non avevano messi in conto di pagare». Ma su questa considerazione, nello specifico della correttezza delle modalità con le quali sono stati prodotti tali profitti qualche dubbio c’è.

Frutto di eventi

Intanto, non sono, utili derivanti dalla buona gestione e dalla normale attività d’impresa, ma frutto di eventi che con l’attività bancaria hanno ben poco da spartire e conseguenza dell’aumento dei tassi. E ricadono pesantemente su cittadini e famiglie che – in «tempi di pace», avendone la possibilità – avevano pensato di sottoscrivere un mutuo per l’acquisto di una prima casa e in «tempi di guerra» per l’esplosione dell’inflazione e – per decisione unilaterale, della Bce – dei tassi bancari e del costo del danaro, rischiano di vedersela espropriata. «Oltre il danno anche la beffa», insomma! Ormai sono le banche a dettarci la quotidianità.

Forse anche a voi, come a tutti i correntisti, continuano ad arrivare dalla vostra banca «le proposte di modifica unilaterale del contratto relativo alla prestazione di servizi d’investimenti», per cui «occorre effettuare alcune modifiche al contratto in oggetto». E mentre lo dice, lo ha già fatto. Se in disaccordo, però, potete recedere. Già, ma a cosa servirebbe? Assolutamente a niente! Lo impongono Ue e Bce. E a noi, non resta che ubbidire!

 

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