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Disponibilità Draghi e Mattarella verso Meloni: «È vera gloria?»

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Ritardi Pnrr già noti a Corte dei Conti e Nadef. SuperMario lo sapeva

Fu vera gloria? Draghi ha chiamato i vertici Ue, garantendogli che «lavoreranno bene con il suo successore»; la francese Boone, non contenta della vittoria del centrodestra, minaccia di «voler vigilare sull’Italia»; la Meloni insorge «basta ingerenze» e Mattarella finalmente, decide di prendere posizione e fa sapere che «l’Italia sa badare a se stessa» e Macron è costretto a far retromarcia. Una compattezza che per il governo nascente rappresenta un ottimo viatico per il futuro.

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Soprattutto, in tema di rapporti politici, di accreditamento e di collaborazione fra Meloni e i premier Ue. Decisamente meno, però, in termini pratici e operativi per la ripartenza, il rilancio post-pandemia e, soprattutto post-guerra di Putin. Purtroppo, su questo fronte, su 27 Stati membri ci sono «54» posizioni differenti e difficilmente compatibili.

Di più, quella di superMario – alla luce dei comportamenti precedenti – e di Mattarella – che, dopo la difesa, attraverso qualche quirinalista, non ha risparmiato, minacce sull’assegnazione dei ministeri chiave – non sembrano essere disponibilità di oro colato.

Il vertice sullo stato di attuazione del Pnrr

Altrimenti, non si spiega perché, il primo dal vertice sullo stato di attuazione del Pnrr e sulle criticità legate alla questione energetica, abbia escluso: FI e Lega che della maggioranza uscente facevano parte e FdI che, era all’opposizione, ma dopo il voto è diventato il primo partito. In pratica, ha tenuto fuori dal vertice tutti quelli sui quali fra qualche settimana ricadrà la responsabilità della sua realizzazione. Mentre invitarli sarebbe stata una dimostrazione di rispetto e collaborazione istituzionale.

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Ma effettivamente le cose relativamente al Pnrr, stanno messe bene, non ci sono ritardi e il governo di centrodestra non avrà alcun problema a portarlo a compimento, come ha sostenuto al termine del vertice superMario, quasi a voler replicare alla Meloni che, poco prima del «summit» aveva sottolineato che «ereditiamo una situazione difficile, i ritardi del Pnrr sono evidenti e difficili da recuperare» e «che si tratta di una mancanza che non dipende da noi, ma che verrà attribuita a noi, anche da chi l’ha determinata».

Qual è la verità? Verifichiamolo insieme con i numeri: Nel 2021 è stato impiegato solo il 37,2% delle risorse disponibili, ma entro fine anno, dovremmo arrivare a spendere 20,5 miliardi (13 in meno di quelli previsti) sui 46 ricevuti; l’Ue ci ha concesso i 21 miliardi della prima tranche 2022 e abbiamo cominciato a lavorare per i 19 della seconda. Ma stando alla Corte dei Conti, lo stato di attuazione dei primi 31 dei 45 interventi del primo semestre 2022 mostrano notevoli criticità.

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Intanto, siamo al 16 settembre e a fine anno, mancano 76 giorni e dei 55 obiettivi e traguardi da raggiungere entro il 31 dicembre – per portare a casa gli altri 19 miliardi ne sono stati conseguiti soltanto 21 e si spera di arrivare a 29 entro fine mese. Poi toccherà mettere a terra gli altri 26. E non dimentichiamo che nel frattempo bisognerà anche scrivere la legge di bilancio 2023, da approvare – pena l’esercizio provvisorio – prima di Capodanno.

Il Documento di Economia e Finanza

Di più, nella Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza, curata dal ministro dell’economia, Franco, c’è una tabella che riduce la spesa Pnrr 2022 dai 29,4 miliardi del Def di aprile ai 15 previsti dalla Nadef del primo ottobre. In pratica 14,4 in meno. Ne trarrà vantaggio, assicura la Nadef «il pil 2023 che potrà giovarsi di risorse per investimenti Pnrr previsti per quest’anno». Situazione analoga per le riforme concordate con l’Ue che «i migliori» dicono di aver già realizzato. Peccato, non abbiano predisposto i 1.500 decreti attuativi per renderle operative.

I ritardi, quindi, ci sono. E superMario ne era già consapevole quando il 21 luglio a Montecitorio ha deciso di dimettersi pur avendo ottenuto, il giorno prima, al Senato, la fiducia con 172 «si» su 211 votanti, denunciando la rottura del «patto sociale» che aveva reso possibile la nascita del governo. In realtà, si è preoccupato della propria immagine, rovesciando su altri le sue responsabilità, in vista della bufera autunnale in arrivo. Non a caso, quattro giorni dopo, alla presentazione del dl «Aiuti bis» , annunciava: «ci sono nuvole all’orizzonte».

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