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Alle urne per cambiare il destino dell’Italia e del Sud. Se non ora, quando?

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Non è questo il momento di rinunciare alla speranza

La più inverosimile, astiosa e volgare campagna elettorale, della nostra storia repubblicana, è finita. Oggi, dalle 7 hanno cominciato a parlare i cittadini e noi, dalle 23, potremo finalmente sapere da che parte stanno. Se da quella di chi «è democrazia solo se vinciamo noi» e se il Sud con un voto – in cambio di qualche spicciolo senza fatica – si è definitivamente rassegnato ad una vita grama e per niente dignitosa da «reddito di cittadinanza», «salario minimo»»bonus giovani».

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Imboccando la strada della continuità, dell’assistenzialismo e del ritorno alla «grande coalizione» o hanno deciso che è arrivato il momento di ritrovare il proprio orgoglio e svoltare e avviarsi lungo la via del cambiamento. Perché è l’unica che può portare davvero allo sviluppo.

Intellettualoidi e politici

Dicendo «no» a chi ha chiamato a raccolta intellettualoidi e politici d’oltreconfine, per ottenerne aperture di credito e, soprattutto, screditare (vedi Damilano e Rai3, con Bernard-Henri Lévy) e ricattare (Von der Leyen) gli avversari. All’uopo utilizzando la Tv pubblica pagata dagli italiani, i centri sociali per minacciarli e accusando le forze dell’ordine di proteggerli.

A chi con la scusa del Covid ci ha chiuso in casa, per 2 anni, limitando i nostri diritti, compreso quello alla salute, riducendo la sanità ad un «caso clinico» irrimediabile, costretta a sostituire i medici mancanti con dottori da «cooperativa», senza fine di lucro, di cui nessuno conosce i curricula e neanche se sono veri medici. E a chi dopo averci esasperati con il Covid, oggi ringrazia l’austerità di guerra in arrivo perché – col freddo, il buio, senza gas impoverendoci – ci farà felici. Più che pensiero unico è follia totale.

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E anche a chi fa saltare le aziende lasciando esplodere i costi di luce e gas, senza intervenire, mentre altrove (vedi il Regno Unito) lo Stato copre il 50% del salasso, senza aspettare l’Europa. Ma anche a chi – pur sapendo che il primo progetto e le risorse per scongiurare le piene del fiume Masi, risalgono al 1982 e l’opera ancora non c’è – cerca di scaricare la responsabilità dell’alluvione nelle Marche sull’attuale governatore Acquaroli eletto nel 2020, che in quel tempo aveva 8 anni, ma è afflitto da un vizio d’origine e di Fratelli d’Italia.

Il reddito di cittadinanza va corretto

Inoltre, a chi, non sa dove cercare 10miliardi per gli adeguamenti Istat di pensioni e pensionati; ma sa dove trovarne molti di più, per pagare il rdc a 2.500.000 assistiti. Ciò non significa che va cancellato, ma corretto in maniera da tornare utile anche alla colletttività.

Per ottenerlo il richiedente – ad avviso personale – dovrebbe accettare di fare lavori utili che – secondo il titolo di studio degli interessati – possono spaziare dal recupero, la riqualificazione e la cura del territorio per conto degli Enti Locali o – poiché questi sono tutti sotto organico – ricoprirne i posti vacanti, unendo l’utile al dilettevole: recuperare il territorio; coprire i vuoti d’organico della Pa e offrire ai beneficiari la possibilità di portare a casa quelle risorse, ma guadagnandone in dignità perché frutto del lavoro.

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Ancora, dicendo «no» a quanti confondendo la democrazia con un sistema di potere autarchico hanno trasformato L’Ue da strumento di crescita in ideologia politica e accettandone i ricatti hanno ridotto l’Italia a Cenerentola dell’Europa, con i suoi leader pronti a scattare sugli attenti al cospetto di Macron, Scholtz (il cui accordo sull’energia ha cancellato quello fra Italia e Francia, sottoscritto solo qualche mese addietro), Dombrovskis e Lagarde.

Gli interessi del Belpaese

Senza che mai alcuno abbia sentito – per rispetto degli italiani – il dovere di pretendere che gli interessi del Belpaese, venissero considerati, almeno, alla stessa stregua di quelli degli altri Paesi e non penalizzati come è successo, con il Nutriscore (l’etichetta a semaforo che dice «no» all’olio estravergine e «si» alle bevande gassate) e le carni rosse e si sta ripetendo con l’Oms che – con l’assenso di Gentiloni e Ricciardi (consigliere di Speranza) – vuole penalizzare il vino facendolo costare di più, triplicandone le accise, colpendo un settore che per noi vale 14 miliardi (7 dall’export) e dà lavoro a 1,2 milioni di persone. E a chi, dopo aver governato per ben 67 dei 76 anni di vita della Repubblica oggi, accusa il centrodestra di ieri di aver dimenticato il Sud e l’attuale di averlo abbandonato.

Tutto questo basterà ad aprire davvero la strada per lo sviluppo? Onestamente le incognite sono tante e nessuno, può giurarci. L’eredità che toccherà al nuovo governo, qualunque esso sia – ancora di più se dovesse, come da sondaggi, vincere il centrodestra sono di quelli che fanno tremare le vene e i polsi.

Perché – bisogna tener conto anche – oltre ai grossissimi problemi lasciati in eredità dall’esecutivo degli pseudomigliori: caro prezzi, caro energia, e crisi energetica, inflazione, recessione, ecc. – che gli sconfitti cominceranno presto a tentare di delegittimare i vincitori e metterli in difficoltà – magari richiamando alle armi Europa e media – per spingerli ad abdicare e reimpossessarsi del potere e cercare di tornare al governo ancora una volta dopo l’ennesima sconfitta, nel segno di « è democrazia solo se vinciamo noi». Ma stavolta, non sarà facile.

Senza il Sud, l’Italia non va da nessuna parte

La Meloni e il centrodestra sembrano avere le idee chiare, sanno che davvero senza il Sud, l’Italia non va da nessuna parte. Sanno anche, però, che: hub energetico, cultura, archeologia, turismo, sole, mare, vento e, perché no, prodotti tipici ed eccellenze, con le infrastrutture adeguate e il Ponte sullo Stretto, possono fare del Mezzogionro il volano di crescita della Nazione, aiutandola a rimettersi in corsa. E quantomeno ci proveranno. In ogni caso, non è questo il momento di rinunciare alla speranza che qualcosa per possa cambiare. Un voto per il Sud, quindi, utile anche anche all’Italia

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