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L’opinione | Tutte le ragioni di Draghi e il nuovo patto per salvare il Paese

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L’appuntamento al Senato è per domani mattina, ma di chiarezza in giro ce n’è ancora poca

Non occorreva avere il dono della premonizione del futuro, per intuire che tutti i partiti, dopo le elezioni del Presidente della Repubblica, avrebbero intrapreso la strategia per il progressivo logoramento di Draghi.

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E se è vero che a dare fuoco alle polveri è stato Conte, che in tal modo ha definitivamente confermato la sua inadeguatezza a qualsiasi ruolo politico, per assenza congenita di acume e carisma, non è purtuttavia l’unico responsabile del processo di delegittimazione continua delle attività dell’esecutivo a guida Draghi, che è la vera ragione delle dimissioni del Presidente del Consiglio. Non v’è dubbio infatti che Draghi abbia ragione su tutta la linea.

Fino all’uscita scomposta e disperata di Conte, quali sono state infatti le dinamiche all’interno della maggioranza, in relazione alla coerenza del patto di governo?

Quale è stato il comportamento di tutti i partiti, specialmente su due elementi fondamentali e dirimenti per le sorti presenti e future del Paese e cioè le riforme e la politica di spesa pubblica, per non parlare dell’Ucraina?

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Sei mesi di dure polemiche quotidiane su ogni punto delle riforme, che sono state stravolte, mutilate, accantonate, svuotate e oggetto di battaglia politica, confermando la volontà dei partiti di non volere alcun effettivo cambiamento del sistema obsoleto, che costituisce il principale freno allo sviluppo economico e sociale nazionale.

Non era, quindi, solo il M5S a creare problemi, che purtuttavia con le sue “battaglie identitarie”, dal superbonus di 32 Miliardi di euro, e le sue conseguenti truffe plurimiliardarie, insieme al reddito di cittadinanza, ha fatto strame di risorse, penalizzato il mercato del lavoro e che, proprio sul mantenimento di queste norme assurde, ha avviato la crisi, ma anche Salvini ci ha messo molto di suo e F.I., quando si è trattato di temi come la giustizia, la concorrenza o il fisco, a giocare all’opposizione e minare le proposte del governo, o lo stesso PD, che non si è sottratto alle “battaglie identitarie” e, oltre a concorrere alle modifiche delle proposte governative, votate da tutti i ministri all’unanimità, ha pensato bene di aggiungere altri temi divisivi come lo Jus scholae o la liberalizzazione delle droghe leggere, offrendo ulteriori motivi a chi cercava solo ragioni di scontro.

Un Governo di unità nazionale, nato per le emergenze, che viene messo da mesi in costante stato di assedio e ricatto da tutti i partiti che lo compongono, come può adempiere al proprio mandato? Questa è la domanda, l’unica possibile di Draghi, nel decidere di dimettersi. Perché il vero problema è l’evidenza che ormai da anni i partiti italiani non hanno alcuna dignità, coerenza e visione politica.

La cosiddetta rivendicazione della identità, sotto forma di provvedimenti, è la più patetica forma di ammissione di non avere alcuna reale identità, né ideologica, né ideale, né culturale, e soprattutto contenuti, progetti e visioni di un originale modo di concepire il governo del Paese.

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Partiti ridotti a comitati elettorali, che si auto-referenziano con la personalizzazione dei leader, che a loro volta, passano le giornate a pronunciare slogan del tutto vuoti di significato, ed inseguono algoritmi come fanno i peggiori influenzer della rete.Ecco perché quando la Meloni invoca le elezioni non è credibile, perché il popolo elettore non può essere chiamato a scegliere nel vuoto pneumatico in cui versa la politica attuale. Demandare al voto popolare, per la quinta volta consecutiva dopo il Porcellum, una scelta sul nulla è vergognoso e onestamente patetico, specialmente per l’esproprio della scelta dei rappresentanti, che rimane totalmente prerogativa dei capi partito.

Quindi un vuoto politico ed una totale assenza di riferimento popolare sugli eletti, pura espressione della casta dei capi partito. Ma che sistema democratico è questo? Ma proprio perché la situazione è così devastata, che occorre salvaguardare Draghi, quale oggettivamente unico soggetto dotato degli strumenti per offrire ciò che realmente serve al Paese, che è del tutto ignorato dalla politica.

Ma Draghi non accetterà mai di restare alla Presidenza, senza la certezza che questa politica faccia davvero un passo indietro.Ed allora l’unica soluzione è la stipula di un nuovo patto politico che fissi il perimetro delle riforme, delle linee di gestione dell’economia e della spesa pubblica, delle politiche di contrasto alla pandemia e la conferma dell’impegno alla difesa dell’Ucraina dall’aggressione Russa, insieme ai patner europei, con un impegno d’onore che l’adesione a tale patto costituisca per tutti i firmatari, un obbligo da osservare per tutta la durata del governo e definisca in questo l’identità dei partiti che hanno scelto l’unità nazionale quale bene comune da preservare e il rilancio del Paese attraverso le riforme.

Un patto anti lobby, che dovrebbe essere condiviso da tutti i partiti per il bene comune e che produrrebbe in pochi mesi, ciò che la politica italiana non è riuscita a realizzare in oltre 40 anni.Tale patto andrebbe sottoposto a tutti i partiti, compresi F.d.I. perché sarebbe l’unico modo giusto per azzerare le differenze elettorali per le prossime elezioni da tenersi nel 2023.

I temi al di fuori del patto, che non riguardano le questioni del governo di unità nazionale, resterebbero terreno di confronto politico che non inficerebbe l’azione di salute pubblica, ma che consentirebbe il libero confronto dei partiti con i cittadini. Così si qualificherebbero nei fatti i veri patrioti e chi non ci sta, evidentemente, non lo sarebbe. Solo a queste condizioni, e con l’impegno dei partiti di fare una riforma elettorale che restituisca ai cittadini il diritto di scelta dei propri rappresentanti in Parlamento, si potrebbe uscire dall’empasse, e scongiurare una ennesima elezione inutile, al servizio unicamente della casta politica ingiustamente e catastroficamente dominante.

Nicola Bono
già sottosegretario per i beni
e le attività culturali

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