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La morte di Falcone per ricordare a tutti da che parte stare: contro la mafia

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Il 23 maggio del ’92 la città si risvegliò schiumante rabbia e si rese conto che ognuno doveva fare la propria parte

L’onorevole Carolina Varchi

Il 23 maggio del 1992 avevo soltanto 8 anni e stavo terminando la quarta elementare a Palermo, la mia città. Durante il fine settimana la città si svuotava in favore delle tante località di villeggiatura della nostra provincia, la scuola si preparava a lasciare il posto alle interminabili vacanze estive. Non ho un ricordo preciso di quel giorno ma ciò che mi è rimasto impresso è il senso di impotenza di tutti che ben presto si trasformò in indignazione e subito dopo in rabbia.

Ricordo vagamente le immagini trasmesse a ripetizione dalle edizioni straordinarie dei TG e davvero si faticava a credere che quello scenario di guerra, quel cratere nell’autostrada che dall’aeroporto conduceva alla città, fosse così vicino a noi.

I giorni seguenti coincidevano con la fine dell’anno scolastico, periodo tradizionalmente caratterizzato dalla più totale spensieratezza, e per la prima volta la maestra dedicò intere giornate ad approfondire con noi il significato della parola mafia, delle sue conseguenze negative e della necessità di prendere le distanze da quel fenomeno.

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Prese il via una vera e propria rivoluzione civile, la strage di Capaci provocò una catarsi da cui la città si risvegliò schiumante di rabbia. Moltissimi capirono che era necessario uscire dall’equivoco di una mafia buona ed una cattiva, dalla zona grigia della tolleranza rispetto a certi atteggiamenti, dall’incertezza rispetto alla parte da cui stare.

Io ero soltanto una bambina ma in quei giorni capii chiaramente che la società stava cambiando, la mia città stava cambiando ed occorreva fare la propria parte per arginare il fenomeno mafioso. La stagione stragista della mafia ha rappresentato il punto più alto dell’attacco allo Stato ma la reazione delle istituzioni è stata esemplare.

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Dopo trent’anni i ricordi si fanno più sfumati ma la memoria deve essere esercitata non come mero esercizio retorico ma come dovere civico per ricordare e ricordarci da che parte è giusto stare.

Da cittadina ho sempre avvertito il dovere della memoria ma da legislatore avverto ancor di più la responsabilità di difendere la legislazione antimafia dalle picconate di chi, magari nei palazzi europei o dietro la foglia di fico dei diritti umani, sembra dimenticare l’enorme tributo di sangue che la mia terra ha versato sull’altare della lotta alla mafia.

Il 23 maggio ricordiamo anche il giudice Francesca Morvillo, donna di legge che consapevolmente andò incontro alla morte, cristallizzando il significato più profondo del termine «consorte», insieme al marito, Giovanni Falcone e agli uomini della loro scorta.

Il rischio più grande è che date come il 23 maggio e il 19 luglio diventino uno sterile esercizio e per questo lo sforzo condiviso dev’essere quello di vivere ogni giorno nel rispetto dei principi di legalità, trasparenza e correttezza che animarono la vita e la carriera in magistratura di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, diventati eroi un po’ per caso e un po’ per amore ma con la consapevolezza, come diceva Falcone che «occorre fare sempre il proprio dovere, costi quel che costi».

La comunità della destra palermitana nel 1992 fu in prima linea nelle manifestazioni, per lo più spontanee che seguirono alle stragi, così come testimoniato da numerose riprese dell’epoca e dopo trent’anni, ciascuno con il proprio ruolo nella società civile e nelle istituzioni, siamo orgogliosamente sempre dalla stessa parte.

*Carolina Varchi
Deputato e capogruppo di Fratelli d’Italia
in Commissione Giustizia alla Camera

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