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Ita doveva essere una ‘premium’, dovrà vedersela con le low cost

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Bisogna cambiare il disegno di sviluppo industriale se si vuole che sopravviva

Serviranno anni prima che il traffico aereo riesca ad assorbire e smaltire una crisi che colpisce l’intero comparto del settore aeroportuale. ITA ne paga le conseguenze ma sconta anche un Piano industriale il cui disegno è stato sin dall’inizio quello di puntare sul settore di mercato ‘premium’ in quanto puntare sulle tariffe basse significava suicidarsi (citavano dal management aziendale). Un Piano industriale, quello di ITA, che pensava ad una new company con una struttura completamente diversa da una azienda low cost, puntando sui voli a lungo raggio.

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Ma il mercato, la cui ripresa era prevista nel 2022, stenta a ripartire. Per cui ITA si trova all’interno di una fascia di mercato, in concorrenza con le low cost, che hanno organizzazioni molto flessibili ed efficienti ed una struttura di costi molto diversa dalle compagnie di volo tradizionali.

L’abbattimento dei costi è riferito essenzialmente in tre aree di intervento.

In primis, la vendita dei biglietti avviene direttamente attraverso il proprio sito societario e/o attraverso le diverse soluzioni del mercato web. Gli aerei sono completamente riempiti e l’operatività è massima, hanno tempi di boarding molto rapidi e sono moderni, con una ridotta attività di manutenzione. E per ultimo, non meno importante, la logistica.

In pratica le compagnie low cost utilizzano gli scali aeroportuali decentrati (secondari), più piccoli, maggiormente economici e meno congestionati dal traffico. Ma questo, a causa della crisi Alitalia/ITA, non vale sul territorio nazionale. I vettori che operano lungo lo stivale hanno occupato, e lo faranno sempre di più nei prossimi mesi, gli slot lasciati liberi dalla ex Alitalia comportando inevitabilmente le decuplicazione dei costi dei biglietti. E questo vale per tutte le compagnie che operano da Nord verso Sud e viceversa.

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In Italia, a differenza di altri Paesi, si è assistito al fallimento della compagnia di bandiera ed alla nascita della nuova AZ, sotto il nome di ITA, ridotta ai minimi termini, la cui nascita è già un fallimento. Nei primi due mesi e mezzo di vita, ha comunicato alla commissione Trasporti il 50% dei mancati ricavi e la perdita di 170 milioni di Euro, a fronte di un Piano industriale che riportava numeriche ben diverse.

ITA Airways è un progetto nato sotto la regia del governo Draghi

Una società in continuo affanno, così come il proprio management ed il Piano industriale aziendale redatto ed approvato illo tempore. Un Piano Industriale, per come è stato possibile apprendere dalla stampa, che ha previsto all’avvio delle attività una flotta di 52 aerei per incrementarsi, a fine 2025 in 105 aerei, di cui 81 di nuova generazione.

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Nel 2025 la dimensione di ITA dovrebbe essere quella di una piccola compagnia che, conseguentemente, non potrà competere con le società tradizionali di Air France-Klm (che possiede una flotta di quasi 600 aerei), Lufthansa (con circa 220 aerei), British Airways (260 aerei).

Ma il quadro in questi mesi è cambiato in quanto l’offerta presentata da Lufthansa, come partner commerciale, unitamente ad Msc, interessata all’acquisto delle quote azionarie, costituisce di fatto una ‘cessione’ del vettore nazionale (di proprietà del MEF) a politiche incoerenti sia con il livello occupazionale in attesa di essere ricollocato (ex Alitalia) sia con lo sviluppo del business, tenendo conto che MSC già opera nel settore aereo affittando cargo per il trasporto di merci e Lufthansa partecipa negli azionariati di società europee più piccole (Austrian Airlines, Brussels Airlines, Eurowings).

Il Governo deve tutelare le aziende italiane

Niente a che vedere con quanto occorre realmente ad una compagnia che deve essere di bandiera per lo Stato italiano, i cui indirizzi oggi non risultano assolutamente all’altezza degli obiettivi che si deve porre un’azienda di Stato. Dopo la pandemia, i fatti relativi allo scontro bellico in Ucraina hanno spostato i riflettori su altri temi importanti ma non si deve dimenticare che in questa delicata fase economica – sociale il Governo deve tutelare le aziende italiane perché fare impresa non significa svendere a company straniere ma produrre bene per la collettività del proprio Paese.

Basta ricordare che negli ultimi 10 anni i grandi player europei hanno incrementato i voli verso gli hub di Londra, Parigi, Francoforte e Monaco di Baviera da molti aeroporti italiani, applicando tariffe agevolate, perché da quegli hub europei partono i redditizi voli intercontinentali, ed i vettori Low Cost hanno decuplicato i costi per le tratte interne italiane. ITA deve cambiare il proprio disegno di sviluppo industriale se vuole sopravvivere in una giungla commerciale.

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