Per evitare il ripetersi di futuri ‘Mattarella bis’ occorre andare oltre la pseudo democrazia liberale di oggi

La sconfitta festeggiata con dichiarazioni da sagra dell’ipocrisia simile alle sagre strapaesane della salsiccia

Scusate ma abbiamo scherzato, questo avrebbe dovuto essere il comunicato congiunto del caravanserraglio governativo dopo l’elezione di Mattarella per il suo secondo mandato. La Repubblica, che già stava messa male di suo, è uscita ancora una volta ammaccata sotto i colpi di una classe politica inconcludente e che da tempo ha deciso di guardare solo al proprio ombelico a tutela delle indennità di oggi e dei vitalizi di domani.

I protagonisti che hanno portato all’inciucio presidenziale sono tutti soddisfatti, a parole, e le loro dichiarazioni hanno il sapore di una sagra dell’ipocrisia molto simile alle strapaesane sagre della salsiccia: l’ipocrisia come condimento principale di un insaccato di corbellerie indigeribili.

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Fa un certo effetto sentire Letta dire che la riconferma di Mattarella, favorita da una crisi di nervi collettiva, «è una bella giornata per l’Italia». Sembra del tutto normale che dalle sue parti l’Italia sia scambiata per la sede del Pd.

Per lui sarebbe andata meglio se l’eletto fosse stato Draghi, suo sodale nel Club Bilderberg, nella Commissione Trilaterale e nell’Aspen Institute: tutte associazioni non propriamente caritatevoli e vocate alla democrazia. Stiamo parlando della stessa estrazione e appartenenza societaria di Mario Monti, capo di quel governo di cui tutti ricordano la macelleria sociale ma da Letta accolto come un «miracolo» che aveva fatto fuori Berlusconi

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Lo spirito masochistico della Lega

Sul fronte opposto (opposto ma non troppo) l’infaticabile Salvini si è detto «stanco ma felice». Ultimamente lo spirito masochistico del capo della Lega ha fatto progressi e dopo avere ingoiato un rospo dopo l’altro, dal green pass agli estimi catastali, sembra averci provato gusto anche stavolta trangugiando d’un fiato la rielezione di Mattarella.

Sta di fatto che il centrodestra, che, una volta tanto, aveva tra i grandi elettori una maggioranza relativa, ha dovuto subire, sotto la guida maldestra di Salvini, l’ennesima sconfitta per ritrovarsi con un Presidente voluto sette anni fa da Matteo Renzi allora segretario del Pd. Visto il risultato, c’è da interrogarsi se esista ancora il centrodestra.

Mario Draghi, dal canto suo, vista la mala parata, per non finire impallinato dalle probabili imboscate di grandi elettori morsi dalla tarantola ballerina, ha preferito rinunciare ad una sua candidatura mai annunciata e ripiegare sul nome di Mattarella convincendolo a ricandidarsi. C’è persino chi dice che sia stato lo stesso Mattarella ad invitare i disorientati leader dei partiti, che gli si erano rivolti con il cappello in mano, a chiedere a Draghi un via libera sul proprio nome, quasi vi fosse tra i due un precedente accordo nella linea di successione.

Tuttavia, la sconfitta di tutti viene letta come la vittoria di tutti, in nome della stabilità, della continuità dell’azione governativa e del bene del Paese: in nome di luoghi comuni buoni per tutte le stagioni ma non per tutte le orecchie, se è vero che gli italiani hanno avuto conati di vomito di fronte allo spettacolo di un parlamento avvitato su meschini calcoli di bottega e spesso anche personali.

La coerenza e la crisi dei partiti del centrodestra

Nel tripudio marasmatico generale, l’unica voce di dissenso è venuta da Giorgia Meloni che ha dimostrato una certa coerenza e che, per crescere ulteriormente, potrà approfittare persino della crisi dei partiti del centrodestra governativo che, al pari dei grillini, sembrano vocati a passare, alle prossime elezioni, dall’incoerenza all’inconsistenza.

Se da una parte si ha l’impressione di marciare verso una cripto-monarchia, gradita ai mercati, che non vogliono scossoni, ed alle associazioni per così dire di governariato, o volontariato governativo (quello di chi si offre volontario alla guida delle istituzioni «con spirito di sacrificio» e «con senso di responsabilità»), sull’altro versante ci sono gli italiani che vorrebbero essere loro a decidere a chi dare la guida del Paese.

Che gli italiani potessero eleggere il Capo dello Stato era un antico sogno del mitico Almirante, sempre vanificato dai paladini della democrazia pronti ad alzare le barricate in nome della libertà messa a rischio da un eventuale uomo solo al comando. Nella realtà, il nostro sistema politico, oggi più di ieri, affidato a gruppi di potere più o meno occulti e sovranazionali, rifiuta l’idea che il popolo, sostanzialmente trattato da minus habens, possa essere artefice del proprio destino.

Eppure, in democrazia, spetterebbero proprio al popolo le scelte più importanti, senza porsi mai la questione se le scelte possano risultare giuste o sbagliate, perché ogni valutazione è sempre e comunque il frutto di un punto di vista, che può e deve valere nella dialettica politica che precede le scelte finali.

L’altra faccia della medaglia

Al di là del servilismo di quasi tutti i mezzi d’informazione, che spacciano, come fa Repubblica, l’elezione di Mattarella come «una splendida notizia per gli italiani», è comunque possibile guardare l’altra faccia della medaglia per non precipitare nel pessimismo più nero.

È sempre possibile trasformare il veleno in un farmaco sperando che si sviluppi negli elettori una consapevolezza che li porti, dopo lo sconcerto, a delegittimare definitivamente una sconsiderata gestione della cosa pubblica ed un regime emergenziale gestito da una oligarchia del tutto deresponsabilizzata ed asservita ad interessi extranazionali.

Se il popolo vuole essere davvero sovrano deve riappropriarsi del potere di decidere non solo chi debbano essere il Capo dello Stato, il Presidente del Consiglio e i parlamentari, esercitando così solo un potere di delega, ma deve anche poter rivendicare il diritto-dovere di partecipare, con strumenti adeguati, al processo decisionale che riguardi le questioni più importanti per l’intera comunità nazionale. Sarebbe già tanto se si cominciasse a discutere in questa direzione per superare i limiti di una obsoleta ed inadeguata pseudo democrazia liberale.

Nuccio Carrara
Già deputato e sottosegretario
alle riforme istituzionali

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