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Super Sud, un tuffo nella storia: i giornali della Restaurazione

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Basta dare uno sguardo anche abbastanza superficiale ai giornali dell’epoca per rendersi conto di come nei primi anni della restaurazione parlare di libertà e autonomia della stampa e, quindi, dei giornalisti è come parlare di “corda in casa dell’impiccato”. Ce n’era pochissima. Anzi, niente. I giornali in campo, è vero, erano numerosissimi ma nella stragrande maggioranza di ispirazione governativa e gli addetti, poi, più che giornalisti, direttori e redattori, apparivano invece come dei veri e propri funzionari ministeriali e come tali stipendiati.

Pubblicità Nco le radici del male

Di questi giornali il governo ne appoggiava in maniera decisa alcuni e ne trascurava altri, o imponendo alle municipalità di abbonarsi alle testate più privilegiate o con contributi economici di favore oppure assicurando l’acquisto di un certo numero di copie. Il che se da una lato ne assicurava la sopravvivenza, dall’altro non stimolava di certo tali pubblicazioni a migliorarsi e a crescere in termini qualitativi e contenutistici. Tutt’altro.

Piatti e lineari, celebrativi e conformistici, privi di qualsivoglia spunto di dignità, i giornali in questione finirono per diventare invisi alla gente, mal sopportati e via via abbandonati dal Governo che infine si rese conto che il suo obiettivo di manipolazione dell’opinione pubblica era praticamente fallito.

Nel Regno delle Due Sicilie la situazione sotto il profilo giornalistico naturalmente non era e non poteva essere diversa da quella degli altri Stati d’Italia afflitti, sotto il profilo della qualità, della libertà, dell’importanza e della cultura, dagli stessi problemi e dalle stesse difficoltà. Ma anche se la libertà di stampa era ancora una vera utopia, i giornali erano tuttavia in grado di rivestire un ruolo importante sotto il profilo culturale, utilizzando al meglio le pagine che essi stessi decidevano di dedicare alle informazioni provenienti dal mondo della cultura.

“Giornali delle intendenze”, “Giornale delle Due Sicilie” e tanti periodici briosi, disimpegnati e tanto superficiali

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I giornali presenti a Napoli, in questo primo periodo della restaurazione, furono pochi e di scarsissimo rilievo. C’erano, insieme ai “Giornali delle Intendenze” e al “Giornale delle Due Sicilie”, periodici di “varia umanità”, magari briosi, disimpegnati, ma decisamente superficiali. Tra essi il “Galiani”, il “Piccolo Corriere delle Dame”, il “Sebeto” (che, tra l’altro, pur senza eccedere particolarmente in antigovernismo, fu più volte censurato), l’”Ape Sebetia” e la “Rivista generale di scienze lettere ed arti” che successivamente si fuse con la “Biblioteca Francese”, dignitosa, ma niente di più.

Analoga, se non addirittura peggiore, la realtà dei giornali in Sicilia. Anche qui i soliti ed immancabili “Giornali delle Intendenze”, il “Foglio di Sicilia”, il “Giornale Siciliano”, “Il Telegrafo Siciliano”, “La Rana”, “L’Iride”, “L’Oreteo” (un nome che sarebbe tornato vent’anni dopo, a Palermo, quando un giovane Francesco Crispi si sarebbe lanciato nella sua attività politica, partendo dal giornalismo) e, infine, anche a Palermo come a Napoli, un “Giornale di Letteratura, Arti, Scienze per la Sicilia” a proposito del quale il fatto che fosse nato sotto l’ala protettrice del Direttore generale di Polizia, la dice lunga sulla sua indipendenza ed autonomia.

La situazione, però, mutò radicalmente, e fortunatamente in meglio, durante gli otto mesi della rivoluzione del 1820/1821 quando, approfittando dell’inaspettata e improvvisa libertà di stampa (se non proprio l’unica, certamente la più importante eredità lasciata dalla rivoluzione partenopea), si verificò a Napoli, capitale e centro della vita culturale e politica del Regno delle Due Sicilie, una vera e proprio fioritura di giornali di piccole e grandi dimensioni, significativi e no, di grande spessore culturale, ma anche privi di qualsiasi interesse.

Fra i tanti giornali apparsi in quegli anni non mancavano naturalmente quelli schierati, magari partendo da diversi punti di vista, a favore della Rivoluzione che non mancavano di sostenere con tanta retorica e luoghi comuni: tra essi “Il giornale degli Amici della Patria”, “La Luce”, “L’Amico della Costituzione”, gli “Annali del Patriottismo”, “L’Imparziale”, il “Liceo Costituzionale”, la “Minerva Napolitana”, “La Voce del Secolo”, “Il Vigilante”, “L’Indipendente”, “L’Imparziale Napoletano”, la “Biblioteca Costituzionale”, “Il Censore”, “La Voce del Secolo”.

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Né, d’altro canto, mancavano quelli schierati con la stessa determinazione a fianco della causa monarchica, della casa regnante e delle prerogative assolute a queste attribuite, quali l’”Antigiornale” e l’”Eco della verità”: ma la pochezza numerica, la scarsa incisività e il quasi inesistente seguito delle testate realiste rappresentano la dimostrazione indiscussa della notevole prevalenza dell’ideale filorivoluzionario che animava l’opinione pubblica del tempo.

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Anche a Napoli il giornalismo era uscito dalla fase adolescenziale, con l’adozione, nel 1820, della Costituzione spagnola del 1812

Questa fioritura giornalistica era da una parte la dimostrazione che anche a Napoli il giornalismo era uscito dalla fase adolescenziale e cominciava a diventare adulto e dall’altra l’indizio più tangibile che, al di là del modello istituzionale dello Stato, i tempi cominciavano a cambiare e, anche laddove la libertà non riusciva ancora ad esprimere appieno tutte le sue potenzialità perché controlli e limiti restavano comunque sostanzialmente notevoli, si cominciava a trovare il coraggio di rischiare.

Un’apertura che però fu anche conseguenza del decreto del 7 luglio 1820 con il quale veniva statuita l’adozione della Costituzione spagnola del 1812, facendo ovviamente «salve le modificazioni che la rappresentanza nazionale, costituzionalmente convocata» avrebbe poi deciso di apportarle «per adattarla alle circostanze particolari del Regno delle Due Sicilie». Un’esigenza di adattamento che, al momento del decreto di adozione, si pensava potesse verificarsi da lì a qualche tempo, ma che invece, contrariamente alle previsione, si presentò subito.

Ciò accadde perché, già mentre la scelta costituzionale veniva effettuata, nella capitale i cambiamenti cominciarono a nascere e a moltiplicarsi con inusitata ed inattesa immediatezza. Sicchè, ciò che nelle aspettative generali avrebbe dovuto essere realizzato dal Parlamento di lì a qualche tempo, la Giunta provvisoria di Governo (che di questo Parlamento avrebbe dovuto fare le veci fino alla sua prima riunione) si ritrovò costretta a farlo praticamente subito.

Da qui, quindi, la decisione della Giunta da un lato di seguire l’esempio della Costituzione di Cadice con automatico riconoscimento del diritto alla libertà di stampa (non senza, però, porre qualche paletto, soprattutto in relazione alla religione cattolica) e dall’altro di creare barriere atte ad impedire gli eccessi sia della tracimazione di cultura ultrademocratica che di quella controrivoluzionaria.

Da questa doppia esigenza derivò la stesura del decreto della Giunta del 26 luglio 1820. Nel quale veniva riaffermato come «ogni individuo è libero di scrivere, di stampare e pubblicare le sue idee», ma si vietava «a qualunque privato cittadino, di far proclamazioni o l’affiggere qualunque stampa, scritto o figura» a meno che non fosse stato esplicitamente autorizzato a farlo dalle autorità di pubblica sicurezza: il provvedimento prevedeva una punizione abbastanza severa per chi si rendesse protagonista della stampa e della diffusione di «qualunque scritto, tendente a promuovere la sommossa nel popolo o la rivolta negli Stati esteri», ma anche per chi lanciasse «proposizioni contrarie ai dogmi della religione cattolica».

Si prevedeva, però, anche che, perché si potesse essere chiamati a giudizio per il reato di stampa, era necessaria l’autorizzazione di un’apposita “Giunta provvisoria protettrice della libertà di Stampa”, composta da 6 membri nominati, per ogni provincia, dalla Giunta di Governo: il parere di questa, però, poteva essere impugnato di fronte all’Università de’ Regi studi, competente per territorio (Napoli, Palermo e Catania).

Libertà di stampa, si, ma… con vincoli e limiti. In pratica vigilata

Un meccanismo, insomma, farraginoso e complicato che teoricamente affermava il principio della libertà di stampa, ma sottoponendolo a vincoli e limiti che, come abbiamo sottolineato prima, gli impedivano di esplicitare appieno tutte le sue potenzialità, e, di più, dava la stura alla nascita di un organismo decisamente ambiguo come le “Giunte protettrici”, fissando per giunta norme particolari che confliggevano con quel principio di libertà che il decreto si riprometteva di sancire. Si censuravano, infatti, tutti i giornali provenienti dagli Stati esteri, con l’intento di impedire l’ingresso nel Regno di scritti controrivoluzionari, primo fra tutti “I pifferi di Montagna” del principe di Canosa.

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Inutile aggiungere che tale decreto, per la sua macchinosità ed ambiguità, fu duramente contestato dalla stampa liberale napoletana e, in particolare, dalla “Minerva Napolitana” che sull’argomento sottolineava: «Eppure queste ed altre opposizioni che potrebbero esser fatte a quella legge non commossero il pubblico, quanto una certa derisione di cui si credè l’oggetto allorchè vi lesse, che quasi per ludibrio, si dava il nome di giunta protettrice della stampa non ad un giurì di accusa contro gli autori (poiché il governo lo nominava) ma ad una vera commissione particolare contro di essi, ed una seconda commissione si aggiunse per l’appello da questa nell’Università degli studi. Così mentre la Costituzione vietava di crearsi qualunque speciale commissione per giudicare i delitti comuni, due ne istituiva il ministero contro gli scrittori ed editori».

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Ne si può dire che su questo stesso aspetto della “vexata questio” della libertà di stampa si esprimesse con minore durezza Francesco Doria che, anzi, sul “Liceo Costituzionale”, ricorrendo ad un esempio decisamente calzante, sostenne «Or suppongasi per un momento che un giornalista o qualsivoglia periodico scrittore annunzi un procedimento anticostituzionale del Ministero che, offendendo i diritti più sacri del popolo, sia capace di eccitarne il più vivo risentimento; sarà questo un promuovere la popolare sommossa? La libertà della stampa, anche nel senso più moderato, sarebbe soffocata sul nascere. Questa provvisoria disposizione è dunque insidiosa».

Una polemica quella su “Giunta protettrice, sì” – “Giunta Protettrice, no” che comunque si trascinò per qualche mese fin quando il 2 marzo 1821 il Parlamento decise finalmente la loro soppressione.

Bisogna, però, riconoscere che, nonostante le preoccupazioni ed i timori palesati dagli “addetti ai lavori” per la presenza di queste pseudo “giunte protettrici” che in tanti si spinsero a definire addirittura “distruttrici”, giornali, periodici e opuscoli vari non videro mai messa a rischio la loro libertà.

Anzi, dissero sempre quello che avevano da dire e, se limiti ci furono dal punto di vista culturale, ideologico, politico, di classe, e via di questo passo, dipendevano più da chi usava la penna che da chi gli forniva il calamaio il quale, al momento opportuno, avrebbe potuto toglierglielo e lasciarlo senza inchiostro, ma non lo fece. Eravamo nel 1820 ma sembra di vivere ai giorni nostri. Anche oggi, infatti, tutti gridano al regime, parlano di libertà di stampa a rischio, ma poi scrivono e dicono quello che gli pare, senza che nessuno glielo impedisca.

Certo, di tanto in tanto, ci scappa anche qualche querela ma fa parte del gioco. Il che, come abbiamo detto all’inizio, portò ad una vera e proprio fioritura di giornali. Dal luglio 1820 al marzo 1821, infatti, tra quotidiani e periodici videro la luce ben 33 nuove testate, la cui stragrande maggioranza si proponeva, attraverso il dialogo e il confronto con i lettori, la costruzione di una vera e propria “educazione costituzionale degli stessi”.

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