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Partiti senza coerenza messi in crisi dal governo Dragonte, per metà Draghi e per metà Conte

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M5S è alla frutta e i parlamentari che non hanno votato la fiducia al governo sono ancora in cerca di una strategia politica. Tra gli espulsi c’è chi vuole rientrate nel movimento, ricorrendo persino ai tribunali, e chi si è rassegnato a restarne fuori comunque vada. Naturalmente non può mancare, in una simile circostanza, l’esibizione di aria fritta dei suoi leader.

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Beppe Grillo, dopo avere spezzato l’unità del suo movimento, abbandonando Conte per sostenere Draghi, adesso vorrebbe ricomporla chiamando Conte, la vittima sacrificale, ad assumerne la guida.

Con la solita aria da profeta del nulla, cerca di galvanizzare la sua base, o quel che ne resta, invocando la “Rivoluzione mite“, che consisterebbe, nientepocodimenoche, nell’avere ideato e ottenuto il Ministero della Transizione Ecologica.

A cosa serva un tale ministero non è dato sapere con precisione. Sicuramente è servito a creare una poltrona in più, che però non è andata a un ministro 5 stelle. Tuttavia ha reso meno indigesto un governo guidato da un banchiere molto poco amato tra i grillini, ma a sentire il guru pentastellato, adesso potrebbe “lasciare un buon pianeta, non solo una buona moneta” (sic!).

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Il controcanto viene da Casaleggio junior, che oltre a pretendere i soldi non versati dai parlamentari per la gestione della piattaforma Rousseau, cerca di non farsi scappare l’area del dissenso. Anche qui, parole alate servono ad evocare suggestioni e slanci di passione politica: «Non è più tempo di tenere i sogni a terra», è venuto il momento di «riattivare i motori e cominciare la nostra corsa controvento». Il sogno, naturalmente, non può fare a meno del “volare alto“.

La crisi d’identità è forte, le acque sono agitate, ma l’obiettivo, almeno per i parlamentari, è quello di tirare a campare fino alla fine della legislatura, a prescindere dai capi, dai governi e da chi li guida.

Il problema della sopravvivenza oltre le prossime elezioni può valere solo per pochi ormai. Tra questi c’è Di Maio, che fa il pesce in barile, magari sperando che Grillo e Casaleggio si facciano fuori reciprocamente in una guerra non dichiarata, ma ormai conclamata.

Di Battista, il Che Guevara de noantri, spera di non disperdere il dissenso e vorrebbe recuperarlo, per quel tanto che possa bastare per tornare in parlamento, possibilmente volando alto e controvento.

Anche il Pd è a pezzi, e le dimissioni improvvise di Zingaretti hanno colto tutti di sorpresa, specialmente i fedelissimi, preoccupati che la fine del loro capo possa travolgerli. Non escludono neppure il rientro di Renzi, con tutte le immaginabili conseguenze del caso. Fantapolitica, forse, ma tutto è possibile in un contesto dove la coerenza sembra essere un difetto imperdonabile.

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Tuttavia il segretario del Pd non va sottovalutato eccessivamente, forse stavolta ha fatto la mossa giusta per spiazzare le opposizioni interne che gli rimproverano l’eccessivo legame con Conte e i 5 Stelle.

Un fatto è certo, le correnti si stanno dilaniando e Zingaretti è assediato da tutte le parti. L’avere scelto una mossa a sorpresa potrebbe servire a ricompattare la sua maggioranza in vista della prossima Assemblea. Le sue dimissioni potrebbero servire anche a disinnescare la possibilità di elezioni primarie invocate da più parti, che inevitabilmente acuirebbero le lacerazioni interne. Meglio una nuova legittimazione per spegnere le fibrillazioni, almeno mentre può contare su una maggioranza che ancora è dalla sua parte.

Gli eredi di Alberto da Giussano, l’eroe che sconfisse il Barbarossa, hanno perso la voglia di combattere e, dismessi i panni dei condottieri, si sono intruppati con i nemici storici della peggiore sinistra buonista e immigrazionista. In questo si sono rivelati emuli del peggiore grillismo voltagabbana.

Non è stato uno spettacolo piacevole vedere la Lamorgese, riconfermata al Ministero dell’Interno, giurare al Quirinale, insieme ai ministri della Lega, indossando una mascherina con la scritta Welcome Refugies. Pure il buon gusto ne ha risentito nel palazzo più alto della Repubblica. Ma la pace in famiglia sembra assicurata, per ora.

Giorgietti ha ottenuto l’agognata poltrona di ministro allo Sviluppo economico da parte dell’amico Draghi ed ha riconciliato la Lega con la tanto deprecata “Europa”; mentre Garavaglia ha ottenuto il ministero del Turismo. Due ministeri certamente non trascendentali: il Turismo appartiene alla competenza legislativa delle regioni (art. 117 Cost.) e lo Sviluppo Economico è come un sottosegretariato del Ministero dell’Economia, che a sua volta è supervisionato direttamente da Draghi.

Certamente con questi ministeri Salvini non può sperare di ripetere i successi personali ottenuti nel primo governo Conte da Ministro dell’Interno. L’elettorato leghista per ora sembra mantenersi attendista, sperando che arrivino risultati positivi da un inciucio in altri tempi insopportabile.

Il centro destra è sostanzialmente diviso, ma dovrà fare finta di non esserlo almeno fino alle prossime elezioni. La favola del governo di emergenza non convince e Draghi non potrà fare miracoli anche se è stato già santificato. Non è facile risalire la china viaggiando su una macchina sgangherata e con il motore difettoso. Specialmente se “il pilota automatico”, tanto caro al Presidente del Consiglio, è in mano all’Unione europea.

Probabilmente la coerenza non abita nelle stanze dei partiti ma alla fine paga sempre, almeno sulla media e lunga distanza. I nostri politici preferiscono vivere alla giornata.

Nuccio Carrara
Già deputato e sottosegretario
alle riforme istituzionali

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