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Oltre il Covid-19, la Sanità pubblica funziona, se lo Stato smette di tagliarle i fondi e la burocrazia cede il passo ai medici

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In 5 anni, in un periodo che copre un arco di tempo che va dal 2013 fino al 2018, il Ssn è stato volutamente e scientemente depotenziato, svalorizzato, depredato e mortificato da coloro i quali oggi, si indignano delle condizioni in cui l’hanno ridotto. L’emergenza sanitaria in corso a causa del Covid-19 ha fatto emergere questa disumana vergogna italiana, l’ennesima.

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In 5 anni sono stati chiusi 74 ospedali e tagliati oltre 22 mila unità di personale, mentre ampio spazio si è dato alla crescita della sanità privata, che vive e si mantiene anche e soprattutto grazie alle convenzioni. Non è un caso che, mentre nella sanità pubblica sono state tagliate quasi il 6% delle strutture sanitarie/ospedaliere, nel privato si è avuta una crescita di quasi l’8% ed un calo dei medici di famiglia ridotti di oltre 2 mila unità.

E non è finita, sempre nel periodo che va dal 2013 al 2018 sono state chiuse 413 strutture di specialistica ambulatoriale di cui 316 pubbliche e 97 private, il danno economico prodotto al Ssn ed ai cittadini è incalcolabile, ancor di più quello a scapito della tutela della salute prevista e descritta nella nostra Costituzione. I dati riportati, sono quelli dell’ultimo annuario statistico del Servizio sanitario nazionale del 2018…

Il messaggio sul telefonino arrivò la mattina del 6 dicembre 2020, il tono più o meno era questo: «buongiorno sig. Billè, il pre-ricovero è andato bene giorno 12 c.m. ricovero previo tampone Covid-19 ed il 15 intervento. Buona giornata».

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Nessuna sorpresa, sapevo che il momento sarebbe arrivato, ciò non toglie che un senso di ansia si impadronì di me e non era solo per il tampone. Era dovuto al fatto che non sono mai stato ricoverato e/o operato, e prendere atto che avrei dovuto affidarmi, direi letteralmente “mettermi nelle mani” di persone di cui non sapevo nulla, che mi avrebbero tagliato, esaminato, tolto il problema e ricucito.

Il tutto con il mio corpo adagiato su un tavolo operatorio in posizione supina, mentre il mio “Io” sarebbe stato chissà dove in attesa che l’anestesista lo richiamasse e lo riportasse al suo luogo d’origine a lavoro compiuto. A me questa cosa non faceva paura, ma mi procurava un grande disagio. Ho sofferto per circa un anno di una fastidiosa quanto dolorosa lombosciatalgia dovuta ad una voluminosa ernia discale (L5-S1), e stenosi del recesso laterale sinistro.

Curata con farmaci e fisioterapia i risultati sono stati validi ma non duraturi, tre mesi circa, con qualche fastidio e dolori sopportabili ma dopo dolori lancinanti e disagi invalidanti non indifferenti. E’ così che mi sono rivolto al reparto di Neurochirurgia dell’Ospedale Papardo di Messina, struttura sanitaria pubblica diretta dal Dott. Prof. M. Salpietro, prendendo in seria considerazione la possibilità di sottopormi ad intervento chirurgico per mettere fine o quantomeno alleviare del tutto quella condizione di dolore permanente e disagio senza fine.

Il mio punto di riferimento dall’inizio alla fine di questa esperienza è stato il Dott. D. Matalone, giovane e brillante neurochirurgo che dall’aspetto sembra un “biker”, sapete tipo quelli che guidano le Harley Davidson con i gilet in pelle ed i colori della propria “gang” cuciti addosso, i basettoni che gli caratterizzano il viso dandogli un aria misteriosa e che in certi film sembrano “cattivi”, mentre invece i cattivi li combattono.

Ecco lui combatte, insieme a tutti gli altri operatori sanitari del reparto, contro il dolore della gente che ha bisogno di essere curata, seguita e aiutata a bordo del suo carisma, della sua professionalità e della sua indiscutibile umanità. In seguito al ricovero, avrei scoperto quanto fosse stimato, apprezzato, rispettato e considerato per la sua bravura, sono tanti infatti coloro i quali arrivano da tutte le province siciliane (e non solo), per farsi curare e operare dal dott. Matalone.

La mattina dell’intervento arrivò, dopo i controlli di routine e qualche giorno di degenza dove ho potuto ammirare e osservare con quanta umanità, professionalità, accortezza, gentilezza ed educazione, ognuno degli operatori del reparto, mostrava e metteva in atto verso i pazienti. In particolare mi colpì il modo in cui tutti gli operatori si misero a disposizione e fecero fronte unico quando nella mia stanza arrivò “Don Pippo”…

Sempre dai dati riportati dall’ultimo annuario statistico del Ssn. del 2018 si evince che nelle strutture pubbliche ospedaliere ed equiparate il personale medico consta di circa 95 mila unità, mentre quello infiermeristico di circa 237 mila unità. I ruoli amministrativi insieme a quelli professionali dirigenziali, pagano notevolmente in termini di posti di lavoro, il blocco del turn over, assunzioni sotto il 10% e dismissioni a vario titolo.

I tagli ai bilanci delle Asp e degli ospedali che portano premi nelle tasche dei dirigenti e dei direttori generali perchè rispettano i budget di spesa o addirittura che spendono meno (a scapito del servizio, dell’efficienza e della tutela della salute pubblica), mettendo in atto delle vere e proprie strategie di austerity, come ad esempio l’accorpare reparti ospedalieri che nulla hanno in comune, ma che permettono di risparmiare sul personale e sulle spese di gestione, così come l’esternalizzazione di diversi servizi affidati ai privati ed alle ditte esterne, contraendo ancora di più i costi. Le privatizzazioni sono solo la ciliegina sulla “torta”, quella torta che fa gola a tutti da 30 anni a questa parte, pubblico e privato.

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Don Pippo è un omone alto almeno 1,80 Mt e peserà almeno 100 Kg., occhi piccoli ma vispi incastonati in un faccione attraversato da rughe che raccontano di una vita vissuta pienamente. Mani grandi e poderose, callose, quelle di chi le ha usate per creare ed aggiustare, lui è un falegname di 82 anni, è stato portato qui dopo una caduta che gli ha provocato ematomi e contusioni in tutto il corpo e soprattutto un brutto trauma cranico.

Quando arriva non parla, respira appena ed è costantemente monitorato e controllato. Lo operano dopo qualche giorno, non prima però che infermieri e personale sanitario, lo rimettano in sesto. Lo imboccano, lo dissetano, lo lavano e lo medicano con una dedizione che fa quasi tenerezza.

Lo chiamano per nome “urlando” ma solo per riportarlo alla realtà, lo incitano, gli parlano e cercano di trattenerlo in questo mondo. La dottoressa Meus è una di quelle donne che non va per il sottile, chiara, diretta, schietta, preparata, dotata di grande professionalità e capacità, ed una dose notevole di sensibilità anche se a lei non piace farlo notare. Dopo l’intervento “Don Pippo” è piuttosto assente, gli operatori continuano a curarlo e a prestargli le dovute e sentite attenzioni, la dottoressa viene in camera a visitarlo e medicarlo, lo fa con una naturalezza che mi sorprende, è sempre un anziano operato alla testa.

Finita la medicazione comincia a massaggiare braccia e gambe del paziente, per ripristinarne le funzioni assopite, lo scuote, gli parla, gli sorride e gli urla, Don Pippo reagisce, lei sorride felice. Il sabato mattina quando mi dimetteranno, Don Pippo sarà molto diverso da quando è entrato.

Lo vado a trovare nella sua stanza è sorridente, mi riconosce, mi parla anche se piano ed i suoi occhi sono di nuovo vivi, vispi come i movimenti delle sue mani, che prima si libravano nel vuoto alla ricerca di qualcosa che solo lui vedeva e che voleva prendere o toccare. Mi sembra un miracolo. Ma è qualcosa di più penso, è l’amore, l’umanità, la consapevolezza del ruolo e del delicato lavoro che gli operatori sanitari hanno nello svolgere al meglio il loro lavoro. No mi dico, non è solo un “lavoro”.

Sono stato operato il 15 c.m. dal dott. Matalone, dalla dott.ssa Meus col supporto del dott. Federico come anestesista e dell’infermiera Rita. L’intervento è andato bene tecnicamente, si dice così in questi casi, ed io aggiungo che i benefici li ho assaporati subito al mio risveglio, notando che la gamba non mi faceva più male e che i disturbi si fossero di molti attenuati sin da subito. L’ospedale non è un ambiente in cui si riesce facilmente a trovarsi bene, e non è solo una questione di “comodità”, la differenza però la fanno le persone che ci lavorano e che ti prendono in carico.

Sono loro che riescono a rendere la permanenza in quel contesto “piacevole” e meno traumatica possibile. La loro umanità, il loro rispetto unito alla grande professionalità infondono forza e coraggio incitandoci a non mollare. Che puoi, devi farcela e tornartene alla tua vita.

Io ho incontrato queste persone, e sono orgoglioso e felice di averle incontrate in una struttura pubblica, sono orgoglioso e felice di poter smentire coloro i quali non fanno altro che gettare fango sulla sanità pubblica e che invece di rafforzare, valorizzare, premiare e tutelare, la riducono ai minimi termini e con essa tutti gli uomini e le donne che ci lavorano, la sanità pubblica funziona se i dirigenti, i burocrati e gli amministratori la mettono in condizione di funzionare.

Le persone che ci lavorano sono persone speciali ed io le ho incontrate tutte. Sono rimasto per una settimana nel reparto di Neurochirurgia dell’ospedale Papardo di Messina, ed ho scoperto con quanto zelo, passione e gioia, le persone che ci lavorano portano avanti i loro compiti, e per questo vi ringrazio di cuore uno per uno sperando di non dimenticare nessuno, ringrazio:

Dott. Matalone; Dott.ssa Meus; la Capo Sala Rita; Antonella; Guglielmo; Franco; Carmelo; Lilla; Maria; Carmelo e chiedo perdono a chi avessi dimenticato.

Grazie per quello che avete fatto e per quello che fate.
Giuseppe Billè

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