Caso Why Not, de Magistris a giudizio: accusato di diffamazione nei confronti del procuratore Murone

«Avrei voluto fare il magistrato. Lei ha citato una mia inchiesta che si chiama Why not, quella inchiesta non fu portata a termine proprio perché fummo fermati da un sistema criminale fatto di pezzi di politica, pezzi di Magistratura e pezzi di istituzioni a danno dei presunti colpevoli e dei presunti innocenti. Poi è venuto fuori chiaramente che mi sono state scippate le inchieste e che le inchieste non dovevano essere scippate».

Per queste affermazioni, pronunciate dall’ex magistrato Luigi De Magistris – attuale sindaco di Napoli, nel corso di una puntata della trasmissione di La7 ‘Piazza Pulita‘, condotta dal giornalista Mario Lavia nel marzo del 2017, che aveva richiamato come esempio di fuga di notizie, proprio l’inchiesta Why not condotta da lui, all’epoca, sostituto procuratore a Catanzaro – è stato citato in giudizio dalla Procura di Lametia Terme e dovrà presentarsi al giudice di monocratico della stessa Procura il 4 febbraio dell’anno prossimo.

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Dovrà rispondere di diffamazione con l’aggravante di averlo fatto con utilizzato del mezzo televisivo, nei confronti di Salvatore Murone, a quel tempo, procuratore aggiunto della Repubblica di Catanzaro, come coordinatore del settore reati contro la pubblica amministrazione, firmatario della relazione del 19 ottobre 2007, sulla cui scorta la Procura Generale di Catanzaro dispose l’avocazione del procedimento e la sollevazione dalle indagine dello stesso Luigi De Magistris.

A questa sentenza De Magistris rispose con una denuncia nei confronti di Murone e altri che culminò in un processo per abuso d’ufficio, al termine del quale, nell’aprile 2016, il tribunale di Salerno – competenti dei procedimenti relativi ai magistrati del distretto di Catanzaro – assolse dell’accusa il giudice Murone. Il che significa che nel momento in cui (marzo 2017) De Magistris fece quelle dichiarazioni a Lavia, era già a conoscenza della sentenza assolutoria (passata, tra l’altro, in giudicato a settembre 2019, con la pronucia della Corte di Cassazione). Ciò nonostante non si fece alcuno scrupolo di rilasciarle.

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