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Il mare bagna il Sud ma il piano di sviluppo per il Sud non lo sa

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Lo avrete certamente notato anche voi. Stavolta, anche i giornali che solitamente sbraitano, quando si parla di investimenti al Sud hanno taciuto. Eppure la cifra promessa: 123 miliardi, era di quelle che in altri tempi avrebbero scatenato una marea di polemiche antimeridionali. Forse sarà anche colpa del contagio da coranavirus che da qualche settimana ci sta tenendo tutti con il fiato sospeso, ma la sensazione è che, nessuno lo abbia preso sul serio. Il Piano per lo sviluppo del Mezzogiorno, presentato da Giuseppe Conte e Giuseppe Provenzano, anche se decennale, insomma, ha avuto vita breve.

Piano per il Sud: dieci anni, 123 miliardi ma si farà davvero?

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A differenza di quanto avvenuto per i precedenti, di quelle 55 slides, piene di numeri e slogan suggestivi, se n’è parlato solo per il breve spazio di un mattino. E i meridionali neanche se ne sono accorti. Tranne che per la gaffe della pubblicazione in seconda di copertina della foto di uno scorcio di mare fantastico, dominato dal castello di Duino che non è proprio nel profondo Sud, ma nel Friuli – Venezia Giulia. Cosa che ha suscitato qualche comprensibilissima polemica.

Di castelli e panorami mozzafiato, nell’Italia al di sotto del Garigliano, ce ne sono tantissimi. Forse, però, secondo gli ‘autori’, non ricordano l’unità d’Italia, come quelli del Nord. E questo – insieme alla constatazione che hanno “narrato” solo diapositive, ma senza alcuna indicazione strategica concreta – rappresenta una ragione in più per temere che anche stavolta, tutto si concluda con un nulla di fatto.

Ancora una volta manca un progetto complessivo e una visione d’insieme

Ma se per avere consapevolezza della sua effettiva realizzabilità sarà necessario attendere almeno qualche annetto, se non addirittura il 2030, una perplessità è possibile avanzarla già da adesso. Come tutti quelli precedenti (il che, oltre allo strabismo del governo, è una delle ragioni per cui non se n’è mai portato a compimento alcuno) prevede tutto e il suo contrario e seppure venga “narrato” come «un’idea di Sud 2030», di idee di Sud, non ne offre alcuna.

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Non si capisce, insomma, a cose fatte – ammesso che si facciano – cosa sarà il Mezzogiorno: un’area turistica, agricola, industriale, una piattaforma logistica per il Mediterraneo, un mercato di vendita di beni prodotti altrove o una zona di scambio fra prodotti locali e quelli importati o cos’altro.

Ancora una volta, nessuno si è preoccupato di mettere a punto quel progetto unitario e complessivo di sviluppo che, tenendo conto delle potenzialità territoriali, indichi cosa possa, e debba, essere quest’area, come disegnarla, e di quali infrastrutture dotarla, perché possa esserlo.  Se questo progetto complessivo ci fosse stato – tanto per fare un solo, ma significativo esempio – non ci saremmo mai ritrovati con quel mare, che rappresenta una delle nostra principali attrattive, ridotto nelle condizioni attuali, con panorami stupendi, spiagge bellissime, ma «infrequentabili» perché inquinate. E la colpa è soltanto nostra che ne abbiamo consentito lo scempio.

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Abbiamo permesso ad aziende: siderurgiche, farmaceutiche, plastica, pelletterie, conserviere, d’insediare proprie unità produttive, se non direttamente in riva al mare, nelle aree adiacenti o sui fiumi riempiendo così gli specchi d’acqua davanti le nostre coste di rifiuti e di residui di lavorazione di tutte le specie che lo hanno praticamente distrutto.

Il piano per il Sud non può prescindere dalla valorizzazione del mare

Mentre sarebbe stato preferibile che riservassimo quelle aree ad attività compatibili, per l’accoglienza e l’ospitalità o a insediamenti di aziende per la lavorazione e l’inscatolamento del pescato. In maniera che a mare sarebbe tornato ciò che da lui ci veniva. Certo, le opportunità occupazionali prodotte dalle aziende insediatesi nell’area, sarebbero state molto inferiori, perché nessuna fabbrica di sardine sotto sale o sott’olio, avrebbe mai potuto occupare tanto personale, quanto quelle a suo tempo ospitatevi. Almeno, però, avremmo preservato il mare, promosso le nostre eccellenze: archeologia, agroalimentare, accoglienza ed ospitalità.

Eppure, poche aree al mondo, come il Mezzogiorno, avrebbero potuto puntare per il proprio sviluppo su di un turismo a più facce: religioso o culturale, archeologia, marino o montano e anche tipicità. Ma non lo abbiamo fatto e oggi che le imprese pesanti chiudono e cancellano migliaia di posti di lavoro, ci ritroviamo un mare devastato e non sappiamo cosa, e come, fare. Ecco, perché, quel «piano», “ignora le vere necessità del Mezzogiorno». Purtroppo, non le conosce. Non ci resta che sperare nella nascita della macroregione.

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