La recensione: ‘Tropico della Spigola’ o, forse, del cancro

La vicenda Ilva, lo conferma. «Mentre scrivo il Sud si estingue. Non c’è una sola pietra che non sappia cosa stia accadendo. Mentre ragioniamo su migranti, badanti, redditi di sudditanza, manutenzioni di ponti e livori, il Mezzogiorno si dimezza, più povero e più solo, abituato a non piangere più per lo spegnimento di un altro paese costretto a chiudere la scuola per mancanza di figli, e di un altro ancora finito sotto le ruote del carro globale, ormai stremato nel difendere l’operosità dei padri». Lo scrive, a proposito del Mezzogiorno, Max De Francesco nel suo ultimo libro ‘Tropico della Spigola’, pubblicato dalla editrice napoletana Iuppiter. Si può non essere d’accordo? Assolutamente no.

Tanto più, se lo si legge, dopo pubblicazione delle motivazioni, a base dell’assoluzione, da parte del Gup di Milano Lidia Cappellucci, di Fabio Riva – al quale, sulla scorta di tali imputazioni, è stata espropriata l’azienda, senza uno straccio di sentenza – dalle accuse: di bancarotta fraudolenta dell’Ilva; di mancata tutela ambientale per la quale. Secondo il Gup, era stato, invece, investito oltre un miliardo di euro; mentre, «oltre 3 miliardi erano stati investiti per l’ammodernamento e la costruzione di nuovi impianti» e, infine, anche dall’aver causato il «depauperamento generale della struttura». Se, però, c’è un giudice a Milano che – forte degli eventi – assolve i Riva, non c’è un governo a Roma, per salvare l’Ilva. Quello che (non) c’è, per sopravvivere, deve galleggiare, non decidere.

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Tropico della Spigola: non un racconto di 200 pagine,
ma un centinaio di racconti di 2 pagine

Non un racconto di 200 pagine, bensì un centinaio (fra editoriali e inediti pubblicati sul periodico ‘Chiaia magazine’ tra il 2012-2019) racconti di 2 pagine uno dietro l’altro, con un’unica trama ed un obiettivo comune: far riscoprire al lettore ‘la grande bellezza’ di questa terra, che lui visita e racconta, ora con ironia, ora con sconforto, ma sempre con amore, standosene, come il grande Eduardo, sul ‘balcone’ ad osservare il quotidiano fluire della vita. In verità, alla luce delle condizioni in cui ‘la spudoratezza’ e l’incapacità delle «classi dirigenti meridionali» hanno ridotto l’area cui si riferisce il lavoro, più che ‘Tropico della Spigola’, personalmente, lo avrei titolato ‘Tropico del cancro’.

Ed il peggio è che, purtroppo, quella che l’autore indica come «la dittatura del Mo.momo, fondata sull’istantaneità e la mancanza di programmazione» – alle quali, aggiungerei litigi e scarsezza (per non dire, assoluta mancanza) di valori che caratterizza la politica dei nuovi padroni del ‘decretificio’ romano – sta conquistando – per la complicità di qualche organo d’informazione, televisivo e cartaceo – anche il resto del Paese. Basta guardarsi intorno, infilarsi le mani in tasca, prendere nota della precarietà economica, giuridica e occupazionale in cui i provvedimenti, approvati sempre ‘salvo intese’ – e solo dopo lunghe e penose trattative, causa l’inconciliabilità fra gli ‘associati’–, gettano il Paese, per averne consapevolezza.

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«Conoscerai fino in fondo il Sud se attraversi il suo sparire»

Sicché, quel «Conoscerai fino in fondo il Sud se attraversi il suo sparire», frase che campeggia sull’ultima di copertina del ‘Tropico della Spigola’ appare assolutamente veritiera, anche se – in considerazione dell’ulteriore livellamento in basso della qualità della classe politica centrale e periferica – un tantinello riduttiva. Se letta in combinato disposto con il sottotitolo: ‘Ultima edizione dal Sud’.

Ma le riflessioni che propone la lettura ‘tropical spigolatoria’ di Max De Francesco sono davvero tante, perché l’autore del ‘Tropico della Spigola’ naviga sicuro nelle centinaia di sfaccettature di Napoli. Che raccontano l’anima di questa città e ne hanno fatta una delle principali e più affascinanti capitali europee: cultura, mare, monumenti, musica, posteggia, ambiente, e – perché no? Perché, qualcuno li considera solo folklore? – canzoni, pizza e mandolino, che oggi, vittime della politica dell’approssimazione e del ‘giorno per giorno’, sono andate, ‘giorno dopo giorno’, scomparendo, senza che nessuno se ne sia reso conto. Cancellate da: disoccupazione, malasanità, criminalità, insicurezza, ‘munnezza’ e blatte (di cui l’autore ‘intervista’ il leader ‘Franchetiello’, infilando il naso in un tombino di Chiaia) che hanno invaso le strade. Un libro tutto da leggere. Anche perché, raccontando Napoli e la Campania, chiarisce le ragioni della Macroregione Autonoma del Sud.

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