Guerra in Ucraina, «exit strategy» italiana: congelamento del fronte per la pace

Roma spinge per una soluzione politica senza nuove cessioni

Nei mesi scorsi l’Italia ha suggerito la soluzione dell’articolo 5, ovvero la proposta di estendere le garanzie di sicurezza previste dalla Nato a Kiev, anche se l’Ucraina non è membro dell’Alleanza Atlantica. Nell’ultima riunione di dicembre a Bruxelles il governo ha spinto per continuare a sostenere l’Ucraina anche nel 2026 e 2027 con un prestito da 90 miliardi, attraverso debito comune Ue, senza utilizzare gli asset russi.

Ora, considerato che al di là dell’impegno formalizzato dal vertice dei Volenterosi a Parigi resta l’impasse sul nodo delle concessioni territoriali, sul tavolo c’è un’altra proposta italiana che potrebbe prendere corpo, ovvero il «congelamento» del fronte ucraino.

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Nessuna rivendicazione da parte degli ucraini dei territori persi e allo stesso tempo no alla pretesa russa che vorrebbe tutto il Donbass. L’«exit strategy», quella di una «fotografia» della situazione bellica attuale, che non preveda ulteriori cessioni da parte di Kiev, resta comunque sospesa per il no di Mosca ma è il compromesso al quale anche nelle scorse settimane la premier Giorgia Meloni ha fatto riferimento.

Dopo la riunione all’Eliseo «allargata» a 35 Paesi, ieri mattina la partita è proseguita a livello diplomatico, in un format più ristretto al quale ha partecipato anche l’Italia. È emerso, secondo quanto si apprende, che gli Stati Uniti hanno ribadito il proprio impegno a sostenere militarmente, finanziariamente e politicamente la fine della guerra attraverso garanzie di sicurezza con un quadro che si sta componendo di ora in ora. «Senza il mio coinvolgimento, la Russia avrebbe tutta l’Ucraina in questo momento», ha scritto il presidente americano Donald Trump su Truth.

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L’invio di truppe e il supporto di Roma

Il Parlamento britannico sarà chiamato a votare su qualsiasi dispiegamento di militari, ha fatto sapere il primo ministro britannico Starmer. Anche la Spagna ha aperto a un possibile invio di truppe spagnole, non così l’Italia («Non siamo in guerra con la Russia e non riteniamo che sia giusto inviare truppe italiane lì», ha sottolineato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani), che si impegnerà sulla formazione e sugli aiuti civili, in particolar modo sui generatori elettrici essenziali a causa degli attacchi della Russia alle infrastrutture energetiche.

Si attende di capire quale sarà il supporto di Roma, mentre le opposizioni chiedono chiarimenti. Dopo il via libera del Consiglio dei ministri di fine anno al decreto aiuti a Kiev, l’appuntamento cerchiato in rosso è legato alle comunicazioni del ministro della Difesa Guido Crosetto il 15 in Parlamento (con voti sulle risoluzioni). Poi, quando sarà il momento, arriverà anche il voto delle Camere sulle garanzie di sicurezza. Il giorno «X» del cessate il fuoco resta ancora lontano, ma intanto la premier Meloni ha voluto rassicurare la Lega sulla necessità di un passaggio parlamentare.

Il pressing di Zelensky

Nel frattempo continua il pressing del presidente ucraino Zelensky, che chiede all’Unione europea «risposte inequivocabili» sul tema della difesa e ha ribadito di aspettarsi progressi sul percorso di adesione all’Ue, ma il cammino resta accidentato per l’opposizione di alcuni Paesi come l’Ungheria. Sull’ingresso dell’Ucraina nella Ue già nel 2026, inviso alla Russia di Putin, l’Italia nelle scorse settimane è stata molto cauta.

L’obiettivo – veniva specificato alle Camere dalla risoluzione di maggioranza – è «lavorare per realizzare il processo di allargamento europeo, con particolare riguardo ai Paesi dell’area dei Balcani occidentali, che resta per il nostro Paese e l’Unione una necessità geopolitica in termini di pace, stabilità, sicurezza e prosperità, a valle di un processo graduale basato sul merito e sulla realizzazione delle riforme funzionali ad assicurare il buon funzionamento della Ue, da realizzare in condizioni di parità tra i candidati».

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