Per la tangenziale di Napoli 5 centesimi in più
Non è un balzo. Non è una stangata. Ed è proprio per questo che pesa di più. Dal primo gennaio, chi imbocca le principali arterie a pedaggio della Campania, ma non solo, troverà sul display una cifra appena più alta. Cinque centesimi in più solo per la Tangenziale di Napoli. Un aumento minimo, quasi invisibile, studiato per non fare rumore. Ma, come spesso accade, è nella somma dei piccoli numeri che si misura l’impatto reale.
Le tratte coinvolte e la mobilità quotidiana
L’adeguamento riguarda anche la Tangenziale di Napoli e la direttrice Salerno–Pompei–Napoli, uno degli assi più congestionati e strategici del Mezzogiorno. Un’infrastruttura che non serve il tempo libero, ma la vita quotidiana: lavoro, scuola, rientri serali, trasporto delle merci. Qui la mobilità non è una scelta, è una necessità. Ed è proprio su questa necessità che si innesta l’aumento.
L’atto formale è ancora in attesa di pubblicazione, ma la sostanza è già definita. Il riallineamento tariffario scatterà con l’anno nuovo, nel solco di un meccanismo ben noto e poco trasparente per i cittadini: indici di inflazione, parametri automatici, clausole contrattuali contenute nei contratti di concessione. Tutto legittimo, tutto previsto. Tutto lontano, però, dalla percezione concreta di chi paga.
La legittimità formale e il contesto economico
Si tratta di procedure amministrative che si trascinano da mesi e che trovano ora una copertura giuridica nelle indicazioni dell’Art, la autorità per i trasporti, legittimata dalla pronuncia della Corte Costituzionale. La Consulta, scrive in una nota il Ministero, «ha vanificato lo sforzo del Ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, Matteo Salvini, e dello stesso governo di congelare le tariffe fino a definizione dei nuovi pef regolatori».
Ma il punto non è la correttezza formale del percorso. Il punto è il contesto in cui questo aumento arriva. In un periodo segnato dall’erosione del potere d’acquisto, dall’aumento dei costi energetici, dai rincari sui beni essenziali, anche cinque centesimi diventano un segnale politico. Perché non incidono sulla singola corsa, ma sull’abitudine quotidiana. Su chi percorre quella strada ogni giorno, due volte al giorno, per mesi. È lì che il micro-aumento smette di essere simbolico e diventa strutturale.
Le ragioni delle concessionarie e lo squilibrio percepito
Le concessionarie parlano di sostenibilità economica, di manutenzione, di investimenti sulla sicurezza. Argomenti difficili da contestare sul piano teorico. Ma a mancare, ancora una volta, è la percezione di un equilibrio: l’idea che il sacrificio sia condiviso, che il peso non ricada sempre e solo sugli utenti finali. Perché, mentre i pedaggi crescono, il traffico resta congestionato, le alternative restano poche, il trasporto pubblico continua a non offrire soluzioni realmente competitive.
Non sorprende, dunque, che le associazioni dei consumatori abbiano già segnalato la misura come l’ennesimo segnale di distanza tra chi decide e chi paga. Una distanza che non si misura in centesimi, ma in fiducia. Fiducia in un sistema che sembra procedere per inerzia, sommando piccoli ritocchi fino a renderli normalità.
Il decreto ministeriale arriverà a breve, formalizzando ciò che è già stato comunicato. Nessun colpo di scena, nessuna protesta di massa. Solo un nuovo numero, leggermente più alto, da imparare a memoria senza quasi accorgersene. Finché, a fine mese, non si fa il conto. E allora cinque centesimi smettono di essere pochi e diventano una scelta precisa: quella di continuare a finanziare l’equilibrio di un sistema chiedendo sempre qualcosa in più a chi non può fare a meno di usarlo.




