Emergenze italiane: Conte e i ‘giallorotti’

Giovedì scorso, il Senato ha dato il via libera definitivo al decreto rilancio da 55 miliardi. Eureka finalmente arrivano i soldi, starete pensando. E no, purtroppo, prima che sia operativo ci sono da scrivere 155 decreti attuativi. Quindi, «campa cavallo che l’erba cresce». Il che, insieme alla constatazione che tra lunedì 20 luglio e mercoledì 16 settembre, partite iva (8,4 miliardi) e imprese (34 miliardi) dovranno girare allo Stato i prestiti ottenuti – chi ci è riuscito – dalle banche, grazie alla garanzia fornita del decreto liquidità, proprio perché all’occorrenza, ovvero alla scadenza, avessero le risorse necessarie per pagare le tasse.

Ed ora, indebitate come sono grazie alla pandemia ed al governo, dovranno arrangiarsi per cercare di andare avanti e pagare i fornitori, gli stipendi ai dipendenti, le rate del prestito alle banche, nonché le tasse future. Cosa che in tempi grami quali quelli che il Paese sta attraversando e, per altro, senza aiuti da parte dello Stato, non gli sarà facile. A dimostrazione che la vera ed unica emergenza di questo Paese è quella rappresentata da Giuseppe Conte ‘il favoliere delle Puglie’ che continua a scrivere fiabe a lieto fine anziché saggi di storia per la storia.

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Mentre la richiesta dello stato d’emergenza precauzionale, avanzata da Conte – in verità, non sembra convincere la maggioranza, stanca del suo eccesso di protagonismo che sopporta solo per conservare il cadreghino – più che anti covid – di cui, in realtà, mostra di preoccuparsi decisamente poco, sotto il profilo sanitario, visto che continua a lasciarci invadere da migranti, anche contagiati, provenienti da territori a rischio – pare avere come obiettivo soprattutto quello di evitare lo scioglimento delle Camere, in caso di sconfitta nell’election day del 20 e 21 settembre.

Una sconfitta, di fronte alla quale il Capo dello Stato – in condizioni normali e non emergenziali – difficilmente potrebbe tirare avanti fingendo di non accorgersi che gli italiani sono stufi di Conte che in Europa finge di alzare la voce, assicurando che «nessuna certezza è incrollabile», ma torna a casa sempre a mani vuote; e del governo che «blatera», «promette», «assicura», ma le cui politiche: assistenzialismo e nazionalizzazioni, non piacciono a Bruxelles.

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Purtroppo, in un Paese come il nostro – il cui governo Conte ama il gioco delle tre carte, fatto di annunci e impegni, tutti ‘rigorosamente’ smentiti dai fatti – c’è sempre chi vince e chi perde, ad avere la meglio, non sono mai gli italiani. Tant’è che, dal giorno del crollo del Ponte Morandi (per altro ricostruito in tempi record, ma fuori norma, potrà essere percorribile a non più di 70 km orari, ndr) e per due anni, i grillini ci hanno tartassati con la revoca della concessione degli oltre 3mila chilometri di autostrade, gestiti dai Benetton attraverso Autostrade per l’Italia (Aspi) e Atlantia.

Querelle chiusasi (si fa per dire) col solito sistema “grillinesco” ovvero il «tanto rumore per nulla». Niente revoca nell’immediato, ma soltanto in prospettiva. Il che ha salvato il gruppo Atlantia dal crack e ha, consentito ai Benetton un guadagno di oltre 805 milioni in un solo giorno e che, al tirar delle somme finale, supererà i 10 miliardi. Per essere una punizione è davvero dolce e armoniosa.

A differenza che per gli italiani cui toccherà, invece, pagare pegno, per l’ennesima operazione a perdere di Conte & c.. Il cui costo effettivo, però, conosceremo solo quando sarà fissato il prezzo che Cdp dovrà pagare per acquisire il 33% della nuova Autostrade. Dopo, però, aver partecipato all’aumento di capitale di 3 miliardi, per sottrarne il controllo all’Aspi.

E nel frattempo, il debito pubblico italiano ha toccato quota 2508 miliardi con una crescita di 40,5 in un solo mese; l’economia continua a crollare; i consumi a gelare; la disoccupazione a crescere; e si torna a parlare di ingresso dello Stato nel capitale di aziende private per 33 miliardi. E scusate se è poco. L’emergenza, insomma, secondo i giallorotti, è un problema che tocca unicamente dei cittadini. «E così è se vi pare».

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