Chiamate gli infermieri: la sinistra è impazzita, vuole che la Cedu cancelli le politiche 2022

Mazzella «ricatta» i cittadini torresi ma dimentica i 40 milioni Pnrr di Sangiuliano per il rilancio dello Spolettificio

Nonostante tutto, l’Italia va! A confermarlo, il rapporto Istat e le previsioni della Commissione Ue: Pil 2023 + 0,9%, (area euro +0,4) e calo dell’inflazione allo 0,8; rapporto debito-Pil, in calo dal 140,5% del 2022 al 137,3 nel 2023 (-3,2). Rapporto che, purtroppo – causa Bonus 110 – è previsto, nuovamente, in crescita al 138,6 nel 2024 e al 141 nel 2025; occupazione cresciuta nel biennio 22/23 dell’1,8% annuo. E l’Agenzia di rating Fitch ha confermato il giudizio positivo (BBB con outlook stabile) per l’Italia.

Risultato non facile visti gli oltre 220 miliardi complessivi di debito pubblico, prodotti dalla «ristrutturazione gratuita» delle abitazioni «malcodificata e peggio realizzata» da «Giuseppi». Sicché – malgrado l’emorragia da 158,9 miliardi: 129 da bonus edilizio (già sborsati fino al 31/3/24) gli altri peseranno sui prossimi anni e 28,9 per il reddito di cittadinanza – il ministro delle Finanze Giorgetti è riuscito ad evitare che la barca tricolore affondasse.

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E, secondo Wegner, direttrice del rating sui debiti pubblici della Fitch: «potrebbe anche verificarsi che il rapporto debito-Pil risulti ancora migliore di quanto lascino pensare le attuali previsioni». «Noi siamo fiduciosi che – ha aggiunto – l’Italia riesca a ottenere tanto i fondi del Next Generation Eu quanto l’accesso al meccanismo antispread Tpi della Bce».

La democrazia dei grillini

Il Dracula dei conti pubblici, al secolo, «Giuseppi» Conte ha attribuito le colpe per le conseguenze del bonus 110 al ministro Giorgetti, chiedendone le dimissioni, «sugli extraprofitti bancari non ha incassato un euro» ha detto. Poi, a caccia di visibilità, ha parlato di ritorno della P2 e di riforme già presenti nel progetto Gelli. Infine, ha deciso di far saltare il confronto fra la premier, Meloni e la leader Pd, Schlein. Forse, per evitare che Elly passasse per il capo dell’opposizione e ha fatto il diavolo a 4 per bloccarlo.

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E parlando a Torre Annunziata, il senatore Orfeo Mazzella, mostrando il cellulare ai presenti, ha fatto sapere di avere i numeri di telefono di tutti ministri (che scoop!) e li chiamerà costringendoli a occuparsi della città. Ma solo se vincerà la candidata sindaca pentastellata. Purtroppo, per lui però, c’è qualcuno – il ministro della cultura Gennaro Sangiuliano – che non ha aspettato la telefonata e ha cominciato a farlo «motu proprio» e senza ricattare nessuno, finanziando con 40milioni di euro, il recupero, la riqualificazione e il rilancio dello Spolettificio Esercito, del sito archeologico oplontino e della storica area della «Provolera».

Le toghe rosse

A scendere in campo contro il governo Meloni, però, non sono solo i rosiconi «rosicchianti» dell’opposizione che temono, con l’istituzione del premierato, di vedere sfumare l’opportunità di andare al governo, pure se sconfitti dal voto. Anche le toghe rosse dell’Associazione Magistrati, infatti, hanno gettato il guanto di sfida della «mobilitazione culturale e comunicativa». Preoccupati che riforma della giustizia, divisione delle carriere fra magistrati requirenti e giudicanti e premierato, possano limitarne le prerogative. E, gliela hanno giurata. Posizioni immediatamente condivise dall’opposizione. A dimostrazione della distanza che la separa dagli italiani e dai propri elettori.

Sia sul fronte del premierato, sul quale è d’accordo – secondo un sondaggio di «Repubblica», non accusabile di «melonite» – il 55% degli italiani e addirittura il 61% degli elettori di sinistra; sia sulla riforma della Giustizia che – stando a una ricerca YouTrend per SkyTg24 è prioritaria per il 72% degli italiani, il 20% dei quali la ritiene addirittura «assoluta», mentre il 65% è favorevole alla separazione delle carriere.

Il ricorso dell’ex segretario radicale Staderini

Ma «lorsinistri» proprio in quanto «sinistri», si sono inventati l’estremo tentativo per liberarsi della Meloni. Con un ricorso dell’ex segretario radicale Staderini e altri quattro, presentato nel gennaio 23 alla «Corte Europea dei diritti dell’uomo» hanno chiesto di annullare le elezioni politiche del 2022. Perché le modifiche apportate al sistema elettorale italiano prima del settembre 2022 avrebbero «leso il diritto a elezioni libere».

Ma che c’entrano Meloni e FdI che quando tali modifiche (2019-2020-2022) sono state approvate erano all’opposizione e votato contro? Niente. Fatto è che i ricorrenti di oggi sono gli stessi cui si devono quelle modifiche, sono state vittime della loro voglia di cancellare il «presente» per «condizionare» il futuro. Ma gli è andata male. E non è detto che in futuro gli vada meglio.

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