Ex vigilessa uccisa nel comando: il collega fermato per omicidio volontario

Il 62enne avrebbe raccontato di una relazione sentimentale

Quando la pistola ha sparato, nella stanza del comando della polizia locale di Anzola Emilia, giovedì pomeriggio, c’erano solo loro due. Non ha potuto raccontare cosa è successo Sofia Stefani, 33 anni, fino a pochi mesi fa vigilessa in servizio a Sala Bolognese: è morta subito, uccisa da un colpo al volto. Giampiero Gualandi, 62enne, ex comandante attualmente in servizio con un altro incarico, ha chiamato i soccorsi dicendo che c’era stato un tragico incidente: una lite con colluttazione e uno sparo partito per errore.

Aveva con sé l’arma e la stava pulendo, avrebbe spiegato, e la stessa versione è stata ribadita nelle dichiarazioni in serata a pubblico ministero e carabinieri, quando però ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere alle domande. Gli investigatori non gli hanno creduto, hanno anzi messo in fila indizi contro di lui e nella notte lo hanno fermato e portato in carcere per omicidio volontario aggravato dai futili motivi e dal legame affettivo. In tribunale a Bologna, l’indagato potrà aggiungere elementi: «Intendiamo rispondere all’interrogatorio e chiariremo ogni aspetto di quello che è successo. È stato un incidente, non è stato un gesto volontario, non è stato un femminicidio. È una tragedia immane per cui siamo tutti devastati», ha insistito l’avvocato difensore Claudio Benenati, al telefono con l’ANSA.

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Le indagini e la relazione

Nel frattempo le indagini vanno avanti per ricostruire dinamica e comporre il contesto. I carabinieri del nucleo investigativo e quelli di Borgo Panigale, coordinati dal pm Stefano Dambruoso, dal pomeriggio di giovedì hanno sentito testimoni per avere informazioni su quanto successo e sulla relazione tra i due. Sarebbe stato lo stesso Gualandi, sposato, a raccontare da subito di un rapporto sentimentale con la donna ed ex collega di trent’anni più giovane. Rapporto con alcuni tira e molla, che lei voleva portare avanti, mentre lui voleva chiudere.

Questa ipotesi troverebbe riscontro in alcuni messaggi già acquisiti agli atti, che i due si erano scambiati. Anche il fidanzato della ragazza è stato sentito. Il contatto che ha portato all’incontro di giovedì sarebbe stato di Stefani, che ha chiamato l’ex collega e lo ha raggiunto nella sede di lavoro.

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È emerso che in passato, quando avevano lavorato insieme, la giovane aveva avuto in Gualandi un punto di riferimento per risolvere problemi di ufficio e i due avevano avuto anche attività sindacale in comune. Quello che è successo nell’ufficio di Gualandi non è documentato da immagini perché non ci sono telecamere di sicurezza. Le altre persone presenti nell’edificio, la Casa Gialla, sede della polizia locale vicina al Comune, non avrebbero sentito grida o toni animati, ma solamente il colpo di pistola.

L’arma del delitto

C’è un altro elemento che però dovrà essere approfondito. Circa mezz’ora prima dell’arrivo della donna, Gualandi è andato a prendere la pistola di ordinanza, custodita in un armadietto in un’altra stanza della centrale. Un gesto non abituale, avrebbero riferito testimonianze, dal momento che non c’era motivo di tenere con sé, durante l’incontro, l’arma di servizio che poi ha fatto fuoco e ha ucciso. Secondo alcune fonti la pistola era caricata con più di un proiettile.

Si dovrà ricostruire se il gesto di uscire per andare a prendere l’arma fosse precedente o successivo al contatto con cui la donna si accordava con lui per passare in ufficio. Intanto le comunità di Anzola e di Zola Predosa, dove viveva la famiglia della vittima, si stringono nel dolore. «Voglio esprimere il mio cordoglio più sentito alla famiglia di Sofia – ha detto il sindaco metropolitano Matteo Lepore – Staremo loro vicini in ogni modo. Ci auguriamo vengano presto chiariti i contorni di questa vicenda e le responsabilità»

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