Ragazzine adolescenti custodi dei telefoni del boss Marco Di Lauro

I cellulari utilizzati da Marco Di Lauro per comunicare durante la latitanza

Quando una latitanza dura molti anni, ricostruire quel buco nero informazioni, spostamenti e attività del ricercato, è un lavoro lento e paziente. Come mettere insieme i pezzi di un puzzle che, a loro volta, sono nascosti nei posti più strani. Per ricostruire la lunga latitanza di Marco Di Lauro si è proceduto in questo modo. I pezzi di quel puzzle, costituiti da intercettazioni, incroci investigativi e dichiarazioni di collaboratori di giustizia, si sono messi lentamente al loro posto.

Ci sono fedelissimi che hanno curato la latitanza di F4 e altri che si occupavano di veicolare i suoi ordini e fargli avere informazioni. Nelle inchieste si racconta che un’officina di via Marconi a Casavatore era stata organizzata come punto di ritrovo per le riunioni e base logistica per veicolare le informazioni da e verso il clan, provenienti proprio da Marco Di Lauro. Il titolare dell’officina, avrebbe anche lavorato alle bonifiche all’interno delle auto di Salvatore Tamburrino. Proprio l’uomo grazie al quale è stata possibile la cattura di Di Lauro.

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Proprio l’uomo che, dopo aver ucciso la moglie al culmine di una lite, si è consegnato alle forze dell’ordine e si è messo a disposizione della giustizia. Sul piatto degli investigatori e degli inquirenti mise il nascondiglio del latitante che, all’epoca, era il più ricercato d’Italia, secondo solo a Matteo Messina Denaro. Era il 2 marzo del 2019. A distanza di cinque anni continuano ad emergere dettagli e si ipotizzano responsabilità. Ci sono le intercettazioni e poi i pezzi del puzzle forniti dai pentiti.

Le parole dei pentiti e Marco Di Lauro

Il collaboratore Antonio Accurso, nel verbale del 9 marzo 2015 sottolineò l’estrema fiducia che Di Lauro nutriva nei confronti proprio di uno dei suoi sodali. «Si sparse la voce che nel 2005-2006, Marittiello nascondesse Marco Di Lauro in un capannone sulla Rotonda di Arzano. Ricordo che litigò con la moglie perché non andava a dormire la sera a casa. Girava la voce, tempo dopo, che questo accadde perché gestiva la latitanza di Marco Di Lauro».

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Le telefonate

Infine, le telefonate. Era il 19 dicembre 2005 e, sull’utenza intestata a una donna, fu intercettato un sms di tipo sentimentale. Il testo recitava: «Amore, io alle sette non posso venire a prenderti, ma posso venire alle cinque». Gli inquirenti capirono che il messaggio non poteva che essere stato effettuato da una persona che intratteneva una relazione sentimentale con la donna, identificabile in quel momento in Marco Di Lauro. A quel punto fu monitorata una sim intestata a un’altra donna.

Si scoprì che l’apparecchio telefonico precedentemente utilizzato da Di Lauro era custodito da una ragazzina adolescente. Utilizzare gli insospettabili è stata una delle chiavi per un inabissamento durato quasi quindici anni. Appena un paio di giorni fa Marco Di Lauro ha incassato un nuovo ergastolo. Il boss è ritenuto il mandante dell’omicidio di Eugenio Nardi, ammazzato il 4 gennaio del 2008.

La condanna è arrivata dopo i riscontri alle dichiarazioni di alcuni collaboratori. Attualmente è detenuto a Cagliari e soffre di disturbi di tipo psichiatrico, tanto che la detenzione è in un centro clinico. Problemi psichiatrici che richiamano alla mente quelli di cui soffriva il fratello Cosimo, F1, il regista della prima faida di Scampia, morto in carcere nel 2022.

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