Rischi dell’autonomia e doveri di solidarietà anche per le isole

Pesano anche le funzioni esercitate, i relativi oneri, nonché gli svantaggi struttural, dei costi dell’insularità e del reddito pro capite

Speciale o ordinaria, differenziata o a direzione unitaria l’autonomia, in sè, dovrebbe coniugarsi col termine responsabilità da declinarsi su basi, sostanzialmente, fondate su coerenza, trattamento paritario, senza furbizie o fughe in avanti. Ovviamente nell’italiana pre-repubblicana aveva già le sue differenze che, con il trascorrere del tempo, si sono acuite al punto da fornire rappresentazioni grottesche.

Una questione meridionale, fatta di ritardi e lontane reminiscenze di egemonie storiche, che rimane ancor oggi attuale nelle sue idiosincrasie e tic costituiti da ismi, che non fanno altro che allontanare le soluzioni e rendere il confronto istituzionale rigido e quasi incomprensibile. Oggi, per di più, si è introdotta la questione dell’insularità, come richiesto dalla riforma costituzionale del Titolo V a cui dare attuazione e coordinamento ordinato.

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Sicché, sul punto, risulta, preliminarmente, opportuno rappresentare un quadro dell’attuale connessione tra autonomia, autonomia differenziata ed insularità. Oggi, pertanto, l’agenda politico-istituzionale si concentra sul tema dell’autonomia differenziata, di cui all’art.116 della Costituzione, dando vita ad un iter normativo proposto dall’attuale Ministro per gli Affari Regionali e le autonomie.

Contrari, tra gli altri, a questo iter sono molti rappresentanti delle regioni meridionali. Dirimente è apparsa subito la questione dei LEP (Livelli Essenziali delle Prestazioni) ed i correlati costi e fabbisogni, ciò che la Costituzione ‒ non a caso ‒ chiede di determinare (assieme alla perequazione infrastrutturale) per evitare che l’autonomia differenziata possa accentuare il divario tra Nord e Sud, Isole comprese. In assenza di questi parametri occorrerebbe infatti rifarsi al criterio della spesa storica, il che darebbe alle Regioni che chiedono nuove funzioni ancor maggiori risorse finanziarie.

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Il dato di fatto odierno è che l’Italia, dopo più di 160 anni dalla sua unificazione, viaggia ancora a due o più velocità e le risorse del PNRR rischiano di accentuare il divario, visto che vengono spese al Centro-Nord molto più di quanto avviene al Centro-Sud e nelle isole, ove la gestione della spesa appare ancor più impervia e inconcludente. Oggi, la definizione dei LEP è affidata ad una Cabina di regia presieduta dal Premier, il quale dovrà provvedervi a mezzo di opportuni Dpcm, adottati previa concertazione tra i Ministeri competenti.

A questo punto viene però da chiedersi: cosa accadrà per le Isole? La domanda non è banale visto che l’articolo 116 della Costituzione consente il regionalismo differenziato a patto che sia attuato «nel rispetto dei princìpi di cui all’articolo 119» il quale, come è noto, contiene oggi il principio di insularità. Non solo; sia la Sardegna che la Sicilia, mediante iniziative proprie, hanno, acquisito studi che, seppur sommariamente, individuano, in termini economici, i deficit insulari, cioè il costo che deriva dalla loro peculiare condizione.

Dai dati in possesso è emerso che Sicilia e Sardegna hanno stimato questo gap in oltre 15 miliardi di euro annui. Il dato è stato approvato dalla Commissione paritetica siciliana e quindi oggi vincola lo Stato italiano. Anche per la Sardegna, la stima, calcolata dall’Istituto Bruno Leoni, rappresenta un importante elemento di riflessione con riferimento all’attuazione dell’autonomia differenziata. Altre Regioni a statuto ordinario non hanno ancora effettuato analoghe stime, le quali oggi andrebbero meglio calibrate all’interno della cornice dell’autonomia differenziata.

Da ultimo, un cenno al principio di insularità è stato inserito all’art.9 del disegno di legge cosiddetto «Calderoli», senza però declinarne compiutamente portata, implicazioni e adempimenti. Starà quindi alle classi dirigenti delle regioni con patrimonio insulare e forse ai componenti della relativa Commissione bicamerale, pretendere che al principio venga data compiuta attuazione anche in sede di autonomia differenziata. Certo tutto questo deve ancorarsi ad un’Europa, che riconosce questo assetto istituzionale, ma non spingere (alla stregua dell’esperienza della Catalogna) a creare condizione di secessione territoriale, sì da comportare una sorta di frantumazione dello Stato.

Fugare i rischi sarà possibile se si introducono vincoli di solidarietà, capaci di sostenere e colmare, sussidiariamente, le condizioni presenti di diffuse diseguaglianze non più sopportabili. In questo ipotesi l’introduzione del fondo di perequazione può assumere la naturale qualificazione di fondo di solidarietà per dare l’idea puntuale, solida e coerente di costruire momenti di sintesi, di coesione e in grado di tenere conto della «specificità insulare con definizione di parametri oggettivi relativi alla misurazione degli effetti conseguenti al divario di sviluppo economico derivante dall’insularità».

Il tema è decisivo laddove si finalizza il tutto alla quantificazione del fabbisogno finanziario da determinarsi tenendo conto «delle funzioni effettivamente esercitate e dei relativi oneri, anche in considerazioni degli svantaggi strutturali permanenti, ove ricorrano, dei costi dell’insularità e dei livelli di reddito pro capite…». Da qui si inizia una riflessione seria a cui dare contenuti e tempi di attuazione di una riforma necessaria e giusta.

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