Università, giusto protestare per il caro affitti, ma perché solo adesso?

Il governo sblocca 660 mln per aumentare il numero dei posti letto per gli studenti fuori sede

Dicono di voler «cambiare rotta», ma perseguono la strada di sempre. Mi riferisco agli studenti che, da qualche giorno sono «attendati» davanti le università, per protestare contro l’emergenza abitativa dei fuori sede. Giusto, ma non è un problema nuovo, solo che finora a Palazzo Chigi, c’erano amici da coccolare, ora ci sono nemici da combattere: l’esecutivo Meloni. Che, subito, ha sbloccato 660 milioni di euro per acquisire nuovi posti letto presso alloggi o residenze per studenti della formazione superiore.

Naturalmente Schlein e Conte si sono precipitati alla Sapienza a portare la propria solidarietà pelosa, al «cambio di rotta», purché non si trasformi in un «cambio di strada» che li allontani da loro. E la portavoce dei contestatori ha sparato sul governo, dimostrando di aver capito tutto. Ma gli studenti – quelli veramente in crisi per il caro-affitti – hanno sfrattato, la Elly, per non fare da sfondo alla sua passerella. Avrebbero preferito quella di Conte?

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Poi è arrivato è anche il leader della Cgil, Landini, ma gli è toccata la stessa sorta della neo segretaria del Pd, si è visto chiudere la porta in faccia per il «no passerella degli studenti». Insomma, la «strana terna» della sinistra retrò elitaria, era andata per suonare ed è stata suonata. Tornandosene a casa con le pive nel sacco e, anche, sinistrati. Chissà che non potrebbero essere risarciti per danni da disastro affittuario.

Intanto nel nome della famiglia e della natalità, Papa Francesco e la premier hanno siglato una sorta di patto per la famiglia che sancisce in maniera chiara che i figli sono il futuro del Paese, ma «nascono da uomo e donna». Un patto che consolida, l’unità fra Ppe e Conservatori… Ne consegue che Giorgia potrebbe essere uno dei protagonisti principali della corsa verso le europee del 2024 ed il possibile cambio degli equilibri in quel di Strasburgo, ma fa di lei anche l’obiettivo principale da abbattere per quella sinistra che parla di democrazia, ma odia l’alternanza che ne è la ragione fondante.

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La sinistra: «No riforme!». Può governare anche se perde

E «c’è qualcosa di nuovo, anzi d’antico, oggi nel sole» delle riforme costituzionali: la sinistra che continua ad opporsi alla modifica della Costituzione, che dopo i «ritocchini» degli anni scorsi non è più la «più bella del mondo» e intoccabile. Tant’è che contiene la chiave per essere modificata: l’art. 138. Che, però, diventa inutilizzabile se a proporne la modifica è il centrodestra. I 20 «ritocchini» fra cui le tantissime leggi elettorali sono venuti tutti da sinistra. Il che, ha stancato gli elettori che, ora, se non fuggono dalle urne, gli votano contro. Ma per la sinistra non se ne rende conto.

La Schlein, ha detto «no» a tutto, aggiungendo che: «premierato ed elezione diretta non esistono in nessun Paese al mondo». Ad «armoc(r)omica», sul pianeta «Vogue» certamente, no! E Conte, vuole una nuova bicamerale. Tanto, un fallimento in più o uno in meno, che differenza fa? Hanno paura di lasciarci le penne e non vogliono mettere a rischio poltrone e privilegi. Meglio, commissariamenti e governi guidati da tecnici, nominati dai Capi di Stato.

Gli permettono di governare, anche se sconfitti, e continuare a tenere bordone all’Ue che ci sta strappando – con aumenti di tassi (Bce), follie green, energetiche e alimentari, tasse, sanzioni e gabelle varie, per finanziare anche la produzione di armi – l’ultima striscia di mutanda che ci è rimasto attaccata alla pelle, dopo che loro negli ultimi 10 anni di (s)governo, l’hanno già ridotta a brandelli. L’unica disponibilità, almeno a chiacchiere, per il momento è arrivata dal Terzo Polo: Calenda si dice «pronto a collaborare» e Renzi invita «Meloni ad andare avanti». Esortazione superflua.

La premier ha chiarito che preferirebbe riforme condivise, ma che se l’opposizione continua a dire «no a tutto», andranno «avanti da soli». In Parlamento il centrodestra ha grandi numeri, ma non quanti ne occorrono per evitare il referendum confermativo. Sicché, l’eventuale ok delle aule, dovrà essere confermato dagli italiani. Obiettivo, già, fallito due volte.

Il sondaggio Euro-media Research

Per fortuna, qualcosa di diverso c’è, fuori dal Palazzo. La Meloni è ancora in sintonia con i cittadini, il cui 46,6% secondo Euro-media Research è per il «si» al presidenzialismo; il 36,8 contrario e il 16,6 incerto. Quindi, le cose potrebbero anche andare diversamente. Purché il centrodestra smetta di litigare su quali priorità fra le riforme e la leader eviti l’eccesso di personalizzazione del referendum che fu fatale per Silvio e Matteo.

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