Referendum Giustizia, le toghe rosse e la sinistra devono accontentarsi di frignare

Mattarella: «sì» alla scelta del governo su data e cambio di quesito

L’Italia è un Paese ricattato dall’immoralità della cosiddetta doppia morale, che, peraltro, a mio personale avviso, nemmeno esiste. Se, infatti, è vero, com’è vero, che per doppia morale s’intende l’applicazione iniqua di principi etici, giudicando comportamenti simili in maniera diversa a seconda di chi li compie e per favorire un’élite piuttosto che la collettività, si fa fatica a rispondere che ci sia.

Poiché, se giudicare un principio etico sulla base di chi lo compie e dando sempre ragione a «vip» e «consanguinei», penalizzando la gente comune, è «immoralità», allora è una scelta ipocrita e non c’è alcunché che possa darle una, seppur minima, parvenza di legittimità. Si tratta – comunque la si cerchi di dissimulare – solo di riprovevole malafede.

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Basta pensare alla condanna e alla cosiddetta presa di distanza della sinistra e dei suoi leader: della violenza scatenata dai quasi duemila «black bloc rossi» durante la manifestazione a sostegno del tentativo di Askatasuna di riappropriarsi dell’immobile strappatole, dopo 30 anni di occupazione abusiva; dell’aggressione alle forze dell’ordine, con 108 poliziotti feriti e uno preso a martellate da una quindicina di guerriglieri; alle immagini durissime, da film dell’horror, rilanciate via etere dalle tv subito dopo.

Prese di distanza, però, immediatamente ricusate da quelli che, nascondendosi all’ombra del rischio – che, per fortuna del Paese, non c’è – del fascismo ritornante, si stanno palesando, ogni giorno di più, per quello che in realtà davvero sono: anarco-comunisti a tutto tondo.

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La rivendicazione di Askatasuna

Sicché, mentre la sinistra ha continuato a vaneggiare, tra un se e un ma, accusando il governo di non aver fatto alcunché per impedire che un manipolo di violenti facesse degenerare un «corteo pacifico» (?) in guerriglia urbana, gli stessi «askatasunani» hanno rivendicato – attraverso uno dei principali leader, Gastini – il proprio «diritto» ad aggredire i poliziotti perché – ha sostenuto – «continuare ad autoassolversi non serve» e a ribadire che «non c’erano infiltrati. Quelli che hanno assalito i poliziotti siamo stati noi», perché «abbiamo scelto lo scontro».

Il ruolo del centrosinistra

Ebbene, dopo tali dichiarazioni, espresse tra l’altro con sicumera, violenza e arroganza, c’è qualcuno disposto a credere che mentisse e che madamElly, Bonelli, Fratoianni (questi ultimi due presenti in persona, insieme ad altri compagni di Avs, in ottimi rapporti con Askatasuna) abbiano partecipato alla manifestazione legittimandola e non conoscessero le reali intenzioni degli organizzatori? Assolutamente no. Anzi: sapevano benissimo che avevano invitato a partecipare tutti gli antagonisti d’Europa (capeggiati dai tedeschi della «banda del martello» di «salisiana memoria») e d’Italia, che non se lo sono fatto ripetere due volte e sono arrivati in massa, ma solo 3 sono finiti in manette.

La responsabilità del Governo

Ma si può non chiedersi e, soprattutto, non chiederlo a quei «sinistrati» che, per scaricare la responsabilità di quanto avvenuto sul Governo, hanno domandato con la solita ipocrita malafede, via etere – per impedirgli di rispondere in diretta – al ministro Piantedosi perché, conoscendo il rischio, ne avesse consentito lo svolgimento? Già, ma se lo avesse impedito, loro – c’è da scommetterlo – avrebbero accusato lui, la Meloni e il governo di autoritarismo e fascismo.

Tanto più che – ancora una volta – purtroppo la magistratura, contro il governo, si è schierata dalla parte dei violenti. Basta pensare che i soli 3 arrestati sono stati immediatamente rilasciati: due con obbligo di firma e il terzo ai domiciliari. E, per mandarlo a casa, la giudice ha dato fondo alla propria fantasia e s’è inventata un’attenuante ad hoc: l’«ingenuità operativa». Indossava un giaccone rosso, facendosi notare mentre «operava».

A dare, però, la misura dell’ipocrisia sinistrorsa è stata l’editorialista «summa» di Repubblica, De Gregorio. Ha parlato di «strategia della tensione e trame nere» che «servono a legittimare la repressione» e inoltre: «A chi giovano gli scontri di piazza e l’aggressione a martellate a un poliziotto? A far crescere la paura e controllare i cittadini: serve ai regimi». Per averne certezza, però, non ha chiesto aiuto alle immagini televisive, bensì alla propria mente: un po’ confusa e fortemente schierata contro l’esecutivo.

Il fermo preventivo

Per finire, un dubbio personale. Il decreto sicurezza approvato giovedì prevede il «fermo preventivo» e «non è affatto una misura liberticida – ha detto il ministro Piantedosi – è presente in molti ordinamenti europei, ha bisogno di solide prove per essere operato; l’autorità giudiziaria può disporre la liberazione del fermato». Ebbene, visto quanto si sta verificando in questo periodo fra governo e magistrati, quanti «sì» a tali fermi pronunceranno le toghe? Che continuano a provarci.

Il referendum

Con un’ordinanza firmata da un’ex parlamentare del Pd, e già CSM, Ferranti, la Cassazione ha accettato il quesito dal comitato dei 15 vicino al «no». Questo rischiava di far slittare la data del voto. Nel caso – proprio come speravano loro – il CSM sarà eletto con il vecchio sistema della lottizzazione correntocratica. La decisione finale sullo slittamento è spettata al Quirinale.

Ma l’Italia vera può sperare in Mattarella e lui gli ha dato ragione: ha detto «no» alla loro richiesta e «sì» al semplice cambiamento del quesito sulla scheda elettorale; ha sottoscritto anche il nuovo decreto col quale il governo lo ha sostituito al vecchio, ma ha confermato come date del voto il 22 e 23 marzo. E loro hanno dovuto accontentarsi di frignare.

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