Draghi taglia le accise di 25 centesimi a litro, ma ne lascia 703 per il governo

L’Italia potrà continuare a lucrare sull’aumento dei carburanti

Ci sono voluti tre anni e altrettante coalizioni di governo: M5S-Lega, M5S-Pd, Conte (1 e 2) e quella (M5s-Pd-Leu-Fi-Lega) con Draghi al volante, ma alla fine ce l’hanno fatta. Hanno realizzato la decrescita infelice. Indubbiamente, a renderla tale hanno contribuito: il Covid -19 e l’aggressione russa all’Ucraina. Ma, anche senza ce l’avrebbero fatta lo stesso.

Basterebbe rileggersi strategie e progetti, messi a terra per mantenere la promessa della «decrescita felice», per rendersi conto che il loro combinato disposto non avrebbe potuto che produrre il risultato opposto. Ed è quello che è successo. Certo, superMario era stato chiamato proprio per evitarlo, ma a dispetto delle narrazioni ufficiali non c’è riuscito.

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Purtroppo, paga il fio di aver accettato l’invito di Mattarella a presiedere un cdm retto da una coalizione senza confini i cui soci tiravano – ancor prima di mettersi insieme e hanno continuano a farlo anche dopo – verso direzioni contrarie. Affondando il governo in un mare di polemiche e trasformando il Paese «dove il dolce si suona», in quello «dove l’aspro “no” (s)governa».

I troppi «No»

«No» al Tap, il gasdotto che atttraversa l’Adriatico e consentirebbe il trasporto dall’Azerbaijan a Melendugno in provincia di Lecce di 25milioni di mc di gas al giorno. Al terzo valico; alle «trivelle» petrolifere nell’Adriatico; alle pale eloiche; ai termovalorizzatori, per bruciare i rifiuti organici, convertendoli in energia elettrica. Ai rigassificatori, bocciati qualche anno addietro, per trasformare il gas liquido in metano utilizzabile; e al nucleare, incuranti che proprio ai nostri confini ci sono centrali nucleari francesi per la produzione di energia che noi acquistiamo a prezzi salatissimi.

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«No», isomma, a tutte le centrali energetiche indipendentemente che fossero a carbone, rinnovabili e pulite, a biomasse o fotovoltaiche. E non solo a quelle da realizzare, ma anche alle già esistenti, inutilizzate e riattivabili. Il che spiega perché, siamo uno dei principali – se non il maggiore in assoluto – Paesi importatori di energia. Il 40% di gas, il 12 di petrolio e il 52 di carbone ci arrivano dalla Russia.

Conseguenza, inevitabile del fatto che – in assoluta controtendenza con la costante crescita della richiesta mondiale di energia – negli ultimi 10 anni abbiamo pensato bene di ridurre i nostri investimenti energetici da 800 a 400 milioni annui. Tant’è che, dei 1.298 pozzi di trivellazione nel Mediterraneo – che nel 2000 ci avevano fornito ben 17 miliardi di metri cubi – oggi 792 sono inattivi e la nostra produzione nel 2021 è crollata del 95%, 3,3 (contro una potenzialità di 30) miliardi di metri cubi per un resa di 800 milioni.

Lo stesso discorso vale per la produzione agricola

In dieci anni abbiamo ridotto del 28% il nostro patrimonio naturale di terreni coltivabili e ristretto la nostra superficie agricola ad appena 12,8 milioni di ettari. E così abbiamo perduto ben 400 milioni di prodotti agricoli: -64% di frumento tenero e 40% di duro per la produzione della pasta e copriamo solo il 53% del fabbisogno interno di mais. E anche i prezzi dei cereali sono aumentati del 12,5%.

Due ricatti dai quali bisogna uscire. L’Italia non può continuare a vivere in una situazione di dipendenza dall’estero che l’espone a rischi di crisi e fallimento ogni qualvolta, da qualche parte, spiri un po’ di vento contrario. Per riuscirci, però, bisogna uscire dal «Paese dove il «no» (s)governa» e rientrare in quello «dove il dolce “si” suona» di dantesca memoria. Ma non sarà facile, almeno fino a quando (tanto per fare un esempio) oltre il 55% dei prezzi dei carburanti, all’utenza, finisce, come accise e tasse, nelle casse dell’erario.

Tant’è che per alleggerire il prezzo alle pompe di benzina e gasolio, Draghi & c. hanno tagliato le accise di 25 centesimi al litro, in pratica solo il 3,4% dei 728,40 centesimi totali di accisi che pesano su ogni litro di benzina. E, per altro, solo fino al 30 aprile. E Poi? Boh! Ma se ne sono conservate altri 703,40 centesimi al litro. Così anche lo Stato potrà continuare a lucrare sull’aumento dei carburanti. Senza, però, pagare la tassa del 10% sul maggior ricavo. Come dovranno, invece, fare le imprese, per dare a Robin Hood, i 4,4 miliardi che poi questo distribuirà a famiglie e imprese in difficoltà.

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