Paolo Sorrentino dalla «Grande Bellezza» a «È stata la mano di Dio» sull’onda di «Napule é»

Con Pino Daniele, il regista ci consegna lo specchio/riflesso di un’anima abbracciata all’essere napoletano e ispirata dal grande amore per il cinema

L’ultima prova «È stata la mano di Dio» dell’autore della «Grande Bellezza» si incentra su Napoli con le sue maschere che evocano un redivivo neo-realismo. Sempre graffiante in siffatta occasione Sorrentino ritrae la sua Napoli, quella più intima fatta di risate goliardiche e sventatezze in una dimensione familiare in versione macchiettistica, ma non troppo.

Il primo tempo si caratterizza in una sorta di biografia adolescenziale ove emerge la solarità di un mondo semplice, di gusti essenziali (cibo e sensazioni forti), di curiosità e vezzi da anni ottanta, in cui la vacanza al mare e le battute sarcastiche corrispondono ad una serenità ove emergono le buone maniere e gli scherzi salaci.

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Sulla scena si stagliano molti volti a cominciare dal protagonista, il giovane Filippo Scotti, che impersona Sorrentino nell’età adolescenziale e che supera la sua linea d’ombra, introducendolo a poco nell’età matura quando comincia ad avvertire le prime amarezze della vita attraverso qualche litigio familiare. In tutto questo assumono valore e altissima qualità evocativa le figure del padre (Toni Servilllo) e della madre (Teresa Saponangelo) che definiscono millimetricamente il clima di vita vissuta all’interno delle mura domestiche.

Così il primo tempo scorre piacevolmente suscitando sorrisi ed apprezzando le derisioni sarcastiche su uomini e cose, su dimensioni pinguissime di matrone della migliore scuola napoletana, che ritraggono in forme stereotipate i tratti di una tradizione che vuole Napoli amante dei piaceri della tavola e della vita. In questo primo scorcio lo sguardo del regista va ad una umanità ricca di sentimenti e fatta di qualche amarezza nell’attesa che a Napoli il calcio conducesse la città ad una esperienza unica, quella dell’arrivo di Maradona e dello scudetto del 1987.

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È stata la mano di Dio, l’autore mette in luce la sua anima malinconica

Nel secondo tempo invece comincia un viatico introspettivo in cui l’autore mette in luce la sua anima malinconica che impatta con la morte dei genitori e con il fratello come riferimento di un dolore, la condizione di orfano, che certamente lo segnerà per sempre. Vi è pure una sorella che rimane sempre chiusa in bagno e che viene fuori solo alla fine dopo la morte dei genitori a distinguersi nel dire verità nascoste, come frutto di un ascolto sotterraneo di tutto quello che avveniva dentro e fuori le mura di casa.

Certo anche nel secondo tempo si stagliano figure e tipi caratteriali certamente ben definiti (come Zia Patrizia avvinta in questo rappresentato elogio della pazzia tendente al piacere, oppure la Baronessa che lo inizia al sesso), che forniscono la scena ed una articolata sceneggiatura, riflettendo sulle esperienze di un malinconico cammino di formazione che accompagneranno Sorrentino verso la maturazione di una consapevolezza che mette tutto in luce nel dialogo finale con il regista Antonio Capuano.

Nel cameo conclusivo Capuano impersona ed assume una funzione maieutica in grado di spingere il giovane Sorrentino a tirar fuori il coraggio per scegliere e coltivare la strada del cinema, instillando in lui la speranza che dal dolore vissuto si potesse affermare il desiderio trasformandolo in realtà.

Così Sorrentino si avvia nel suo percorso artistico sulle note di Pino Daniele con la sua «Napulè è», ove le parole del cantautore «Napule è mille culure / Napule è mille paure / Napule è a voce de’ criature / Che saglie chianu chianu / E tu sai ca’ non si sulo» consegnano lo specchio/riflesso di un’anima intimamente abbracciata all’essere napoletano ispirata dal grande amore per il cinema.

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