Riforma fiscale ma che sia davvero tale, aiuti sviluppo e occupazione

Taglio del cuneo fiscale, fiscalità di vantaggio per il Sud e spostamento della tassazione dal lavoro ai consumi. Non paghino sempre gli stessi

Taglio del cuneo fiscale, fiscalità di vantaggio per il Sud e spostamento della tassazione dal lavoro ai consumi. Se non ora, con l’aiuto delle risorse europee per il Recovery Fund, quando? Certo, l’Ue ha ribadito che tali fondi non possono essere usati per tagliare le tasse. Ma se fosse un taglio per la crescita occupazionale e, lo sviluppo? Diversamente, impiccati al pareggio di bilancio in Costituzione, voluto dall’Ue, non sarà mai possibile ridurre il peso del fisco.

Quella fiscale è una delle più significative fra le 49 riforme previste dal PNRR. E non solo perché – se fatta come “Cristo comanda”, ma stando al documento approvato in settimana dalle Commissioni finanze di Camera e Senato, neanche stavolta sarà così – potrebbe migliorare i rapporti fra fisco, cittadini ed entrate dello Stato, bensì perché se ne discute, dalla fine del secolo scorso. Anzi, da prima!

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Purtroppo, come sempre in Italia, il dibattito fiscale si è impantanato nella solita palude ideologica con i partiti che ne hanno fatto una bandierina da esporre in bacheca. E così, anche un’esigenza su cui tutti si dicono d’accordo è diventata irrealizzabile.

Tanto più che farla a costo zero, per il rispetto del pareggio di blancio, significa trovare per ogni riduzione una copertura, tagliando agevolazioni e cancellando in maniera retroattiva le rate annuali dei crediti d’imposta per i «bonus» edilizi.

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Purtroppo, l’èlite fisco-giustizialista considera gli italiani tutti evasori da «punire per educare», dimenticando che non sempre si evade per dolo ma, spesso, anche per necessità. E, anche di questo la riforma in itinere dovrebbe tener conto, per essere efficace.

Purtroppo, tra posizioni ideologiche, convinzioni sbagliate ed errori di valutazioni su quali sono, e dove cercarli, i veri evasori, lo Stato si ritrova con ben 980 miliardi di tasse non pagate. L’80% delle quali ormai «inesigibili».

La verità è che uno Stato bulimico

Alla continua ricerca di fondi per «elemosine» e regalie varie non sa fare altro che prendersela con chi già paga. In realtà, quel 43% di reddito che nel 2020 è finito allo Stato, è più vicino al 50% che non al 43 ufficialemente accreditato.

Perché calcolato dividendo le entrate tributarie complessive per l’intera popolazione e, quindi, attribuendone una quota anche a chi in realtà non ci ha messo un euro, per cui, in realtà pesa su chi già paga. Sicché la riforma fiscale voluta dal Pnrr è l’occasione propizia per migliorare la situazione.

Per questo, il governo presenterà, entro il 31 luglio prossimo, al Parlamento una legge delega. Che prevede due decreti legislativi delegati, redatti sulla base del documento finale dell’indagine che, (dopo 6 mesi di audizioni congiunte) sulla riforma Irpef e altri aspetti del sistema tributario, le commissioni finanze di Camera e Senato hanno approvato praticamente alll’unanimità con l’astensione di Leu e il «no» scontato di FdI.

Documento che servirà a dettare al governo le linee guida per la scrittura della legge di riforma. Ma la dimostrazione dell’effettività di questa compattezza, è tutta nei commenti contraddittori che ne sono scaturiti.

Se, infatti, Matteo Salvini si dice soddisfatto per: «la difesa della flat tax fino a 65mila euro (la Lega la voleva a 100mila) per le partite Iva; l’abolizioone dell’Irap e la riduzione delle quote Irpef per il ceto medio».

Enrico Letta gongola, perché: «Meno tasse per il ceto medio, per chi lavora e chi fa impresa, la flat tax che non passa (in realtà, passa ma si ferma a 65mila euro), la progressività fiscale resta e c’è grande attenzione per ambiente, sviluppo sostenibile e giovani».

«Letta se ne faccia una ragione – replica il forzista Giacomoni – La flat tax c’è e c’è anche la riduzione del numero e del livello delle quote Irpef. L’Italia non è più il Paese delle patrimoniali che impoveriscono il ceto medio».

Certo, il documento non è vincolante, ma ha un grande significato politico. Per cui, non se ne può non rilevare, che, anche stavolta, la guerra più che per gli italiani si gioca per le bandierine partitiche. Trarne, e approvarla, una vera riforma non sarà facile. E anche inutile se non terrà conto delle esigenze occupazionali.

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