Camorra, il figlio del boss Petriccione comandava dal carcere: nuova misura cautelare

Contestata l’associazione mafiosa al 36enne già detenuto

Il padre era finito al 41bis, ma il controllo del clan Vanella Grassi era rimasto in famiglia. A raccogliere il testimone di Salvatore Petriccione era stato il figlio Gaetano, 36 anni, che avrebbe continuato a dirigere l’organizzazione anche dopo essere finito in carcere. A ricostruire il passaggio di potere sono stati i carabinieri del nucleo investigativo di Napoli, che hanno notificato al 36enne, già detenuto, una misura cautelare emessa dal gip su richiesta della Direzione distrettuale antimafia partenopea. L’accusa contestata è quella di associazione a delinquere di tipo mafioso.

L’indagine ha permesso di ricostruire gli assetti e le dinamiche della Vanella Grassi, organizzazione criminale conosciuta anche come i «scissionisti degli scissionisti». Secondo gli inquirenti, il sodalizio, guidato prima da Salvatore Petriccione e successivamente dal figlio Gaetano, ha gestito e continua a gestire numerose attività illecite nei quartieri napoletani di Secondigliano, Scampia e San Pietro a Patierno. Tra i reati riconducibili all’organizzazione figurano omicidio, estorsioni, rapine, usura, porto e detenzione di armi da guerra e comuni, riciclaggio, occupazione abusiva di immobili e vendita di droga.

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Gli ordini impartiti dal carcere

La detenzione non avrebbe impedito a Gaetano Petriccione di mantenere il comando del clan. Secondo quanto emerso dalle indagini, il 36enne continuava a impartire disposizioni agli affiliati, amministrare il denaro e organizzare gli affari dell’associazione criminale. Tra le attività che avrebbe seguito personalmente figurava anche il sostegno agli affiliati detenuti, un elemento che, nella ricostruzione investigativa, conferma il ruolo di vertice esercitato nonostante la permanenza dietro le sbarre.

Un contributo importante alla ricostruzione degli equilibri interni della Vanella Grassi è arrivato dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Luigi Esposito, Pietro Polverino e Alessandro De Cicco. Le loro testimonianze sono state ampiamente utilizzate dagli investigatori per delineare la struttura dell’organizzazione, le modalità di gestione delle attività illecite e il ruolo attribuito a Gaetano Petriccione nella successione al padre Salvatore, da anni sottoposto al regime del 41bis.

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I due omicidi commessi quando era minorenne

Il nome di Gaetano Petriccione compare anche in due vicende di sangue risalenti al 2008, quando era ancora minorenne. Il 36enne è ritenuto coinvolto nell’omicidio di Vittorio Iodice, ucciso il 25 gennaio di quell’anno, e in quello di Carmine Fusco, assassinato il successivo 9 febbraio, quando Petriccione aveva 17 anni. Per quest’ultimo delitto risultano coinvolti anche altri esponenti del clan, tra cui Fabio Magnetti, Alessandro Grazioso e il collaboratore di giustizia Biagio Esposito.

Proprio per l’omicidio di Carmine Fusco, Petriccione ha confessato il proprio coinvolgimento. Il procedimento giudiziario è arrivato alla fase dell’udienza preliminare, fissata davanti al gip per il prossimo 3 dicembre. Si tratta di un filone distinto dall’inchiesta sull’associazione mafiosa che ha portato alla notifica della nuova misura cautelare nei confronti del 36enne.

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