La faccia tosta di Conte: prima invoca le primarie, poi non vuole sentirne parlare

 Il leader M5S si spazientisce davanti a una semplice domanda

Prima le primarie, poi le regole, poi le condizioni. Infine, il contrordine: basta parlarne. Giuseppe Conte sembra avere un rapporto molto personale con il dibattito politico, soprattutto quando si tratta di stabilire quali domande meritino una risposta. Il leader del Movimento 5 Stelle invoca le primarie per scegliere il candidato premier del centrosinistra, contribuisce ad alimentare la discussione e poi, quando un giornalista gli chiede di commentare le proposte degli alleati, risponde stizzito. Evidentemente, anche le domande dovrebbero rispettare il calendario di Giuseppe Conte.

L’ultima dimostrazione arriva da Pizzo Calabro, durante un collegamento con «L’Aria che Tira» su La7. Al presidente pentastellato viene chiesto di commentare la proposta di Dario Franceschini, che vuole celebrare le primarie entro l’inizio di febbraio. Conte risponde stizzito: «Basta parlare di primarie. Parliamo dei problemi dei cittadini. Lo dico in due secondi: le primarie si faranno un attimo dopo il programma e si faranno subito, ma parliamo dei problemi di cittadini».

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Una risposta che sarebbe persino condivisibile, se non arrivasse proprio da chi aveva contribuito a mettere in moto la discussione. Perché gli italiani hanno certamente problemi più urgenti dei litigi del centrosinistra, ma non si capisce per quale ragione questa considerazione debba valere soltanto quando a porre la domanda è un giornalista. Quando era Conte a sollevare la questione delle primarie, evidentemente, il tempo dedicato alle regole della coalizione non veniva sottratto ai problemi dei cittadini. Ora che Franceschini propone una scadenza e una modalità precisa, invece, persino chiedere un commento sembra diventare inopportuno.

Franceschini propone febbraio, Conte risponde stizzito

L’ex ministro della Cultura, in un’intervista a Repubblica alla vigilia della convention del correntone Pd a Montepulciano, aveva suggerito a Elly Schlein di celebrare le primarie entro l’inizio di febbraio e a Conte di «accettare la corsa a due, a turno unico, visto che altri candidati accreditati per la vittoria ai gazebo non ci sono». La condizione è raggiungere entro novembre un’intesa sui punti programmatici comuni, compresa la politica estera, anche attraverso il contributo della convention. Franceschini ritiene che gran parte del programma sia già contenuta nelle mozioni e nelle proposte di legge congiunte delle opposizioni e immagina un accordo su una decina di punti.

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Anche l’ex ministro invita a concentrarsi sui problemi degli italiani, criticando il tempo perso a discutere delle regole e di un «presunto federatore». Quanto alle resistenze di Conte, ostenta ottimismo: «Giuseppe è un uomo ragionevole. Quando si sta in coalizione bisogna venirsi incontro: sulle regole e sui tempi più veloci che chiede lui». E aggiunge: «Un accordo alla fine l’abbiamo sempre trovato. Stavolta non sarà diverso».

Schlein ricorda chi aveva invocato le primarie

A riportare la discussione alle sue origini è proprio Elly Schlein. La segretaria del Partito democratico ricorda che, dopo il referendum, era stato Conte a proporre il ricorso alle primarie. E rivendica il principio che deve guidare la scelta del candidato alla guida della coalizione: «Accordo come fa tutto il resto d’Europa: guida il partito che prende un voto in più. Si chiama democrazia. Oppure primarie».

Per Schlein, i due criteri hanno un elemento comune: «La legittimazione popolare, la democrazia. Noi ci chiamiamo Partito democratico, per noi è un impegno e una promessa, non possiamo venir meno». La segretaria precisa anche che le modalità della consultazione, compresa l’eventualità di svolgerla online, saranno discusse con gli alleati. Una risposta che arriva nel confronto sulle primarie e sull’auspicio di Conte di possibili aperture ad altri candidati.

Anche Schlein insiste sulla necessità di dare priorità ai contenuti: «La gente lì fuori non si aspetta di sapere chi guida ma innanzitutto che cosa vogliamo fare per l’Italia. E come dico sempre: non partiamo da zero». Insomma, sul fatto che il programma venga prima della leadership sembra esserci una convergenza. Il problema, semmai, è capire perché una discussione avviata anche su iniziativa di Conte debba diventare così irritante quando qualcuno gli chiede di commentare le proposte degli alleati.

Le domande non le sceglie Conte

Nessuno contesta al presidente del Movimento 5 Stelle il diritto di sostenere che il programma debba precedere la scelta del candidato premier. È una posizione politica legittima, sulla quale gli alleati possono confrontarsi. Ma c’è una differenza sostanziale tra rivendicare una priorità e rispondere stizziti perché un giornalista pone una domanda su una questione che interessa direttamente la coalizione.

Franceschini propone una corsa a due, a turno unico, e una scadenza ravvicinata. Schlein rivendica la legittimazione popolare e la necessità di concordare le regole con gli alleati. Conte vuole prima definire il programma, salvo assicurare che le primarie si faranno subito dopo. Tre posizioni che rendono più che legittimo chiedere al presidente pentastellato come intenda affrontare il confronto.

La faccia tosta, allora, non sta nel voler discutere dei problemi degli italiani, ma nel riscoprirne l’importanza proprio quando arriva una domanda sgradita. Conte può anche essersi stancato di parlare di primarie. Ma dovrebbe ricordare che a decidere quali domande porre non è l’intervistato e che gli italiani hanno il diritto di sapere come verrà scelto chi aspira a governarli. Il telecomando, per quanto possa dispiacergli, non ce l’ha soltanto lui.

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