Magistrati pronti a battersi per gli arretrati. Molto meno per la certezza della pena

Il paradosso di una giustizia inflessibile a targhe alterne

«Nella fattoria degli animali, tutti gli animali sono uguali, ma c’è sempre qualcuno che è più uguale degli altri», scriveva George Orwell nel 1937. E 90 anni dopo è ancora vero. Lo conferma la vicenda degli arretrati dovuti ai magistrati in base alla sentenza n. 6004 del 9 luglio 2025 del Consiglio di Stato (relativa al ricalcolo, operato dall’Istat, degli adeguamenti stipendiali per il triennio 2018–2020 e per gli anni successivi al 2021, per i quali era stato applicato un incremento del 4,85% anziché del 6,22%).

In pratica, quella decisione stabilisce che gli aumenti delle toghe – comprese quelle amministrative, di cui fanno parte gli stessi componenti del Consiglio di Stato – furono calcolati al ribasso e quindi bisogna restituire quanto per errore era stato loro tolto. Di conseguenza, per saldare il conto, nella manovra 2027 il governo dovrà trovare altri 970 milioni. Il che rischia di far saltare il banco. Impegno, però, inderogabile. A deciderlo sono stati i magistrati del Consiglio di Stato, competenti per i ricorsi che interessano la giustizia amministrativa. Anch’essi ne beneficeranno. E non perché «chi fa da sé, fa per tre». Bensì perché lo prevede la legge.

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Gli interessati, sulla base dell’anzianità e del ruolo ricoperto, sentiranno, in verità felicemente, «appesantirsi» le proprie buste paga di circa 100mila euro lordi ciascuno. Purtroppo, però, alla luce della difficile situazione economica generale, questo è il momento meno opportuno perché ciò si realizzi. Tra guerre in corso, crisi energetica ed esigenza di sostenere le categorie più esposte – autotrasportatori, che da soli avrebbero bisogno di un centinaio di milioni, agricoltori, famiglie, pensionati e ceto medio –, pensare di inserire in manovra quasi un miliardo per arretrati e stipendi dei magistrati rappresenterebbe quasi una mancanza di rispetto verso quelli che tutti, a chiacchiere, sostengono: i meno abbienti, di cui però nessuno si preoccupa.

Meloni frena sugli aumenti, l’Anm non ci sta

«In coscienza – ha detto, però, la premier Meloni – in questo momento non mi sento di firmare il Dpcm per destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati. Ora la priorità è aiutare le fasce più deboli». Ma l’Associazione Nazionale Magistrati non ci sta. «C’è stata una causa, c’è stata una sentenza, se il governo adempie bene, se non adempie o adempie in parte andremo avanti con il giudizio di ottemperanza. Noi crediamo nello stato di diritto», ha «confidato» il vicesegretario Stefano Celli all’Adnkronos.

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Ma prima ancora di lui, a prendere posizione contro la decisione della Meloni era stato il pm della Procura di Roma Alessandro Di Cicco, che non si è limitato a esprimere il proprio dissenso, ma è andato oltre. Ha anche definito la premier «Nana borgatara» e l’ha minacciata, affermando che, nel caso, «ci penserà un commissario ad acta!». Poi, resosi conto che qualche suo collega, in quanto a rispetto istituzionale, gli dava dei numeri e aveva già anche chiesto l’apertura di una pratica e proposto una sanzione nei suoi confronti, ha fatto retromarcia e denunciato di essere stato hackerato.

Anche i giudici onorari presentano il conto allo Stato

Non potevano, però, mancare all’appello i giudici onorari di pace che, sulla scorta della sentenza n. 71 della Consulta del maggio scorso, che glielo consentiva, hanno deciso che è arrivato il momento, anche per loro, di farsi riconoscere – seppure retroattivamente – ferie, previdenza e indennità di fine rapporto. Stando al segretario nazionale della loro confederazione, Luigi Vingiani, «non intendono più essere considerati le Cenerentole della giustizia». Fatti i conti, ne consegue l’esigenza di aggiungere un altro miliardino alle necessità di bilancio dello Stato. E proprio – come già sottolineato sopra parlando delle proteste delle toghe ordinarie – nel momento più difficile, finanziariamente parlando, per le casse pubbliche.

Per carità, anche i magistrati sono lavoratori come tutti gli altri e, come tali, devono essere retribuiti e rispettati. Ma, a differenza di questi ultimi, che nella stragrande maggioranza sono costretti ad accontentarsi delle briciole per sopravvivere, sono ancora in condizione di comprarsi un panino per vivere. Allora perché non accettare l’invito della Meloni alle associazioni a incontrarsi per risolvere insieme il problema?

Sicurezza, scarcerazioni ed errori giudiziari

Ma a quegli stessi magistrati cui è giusto riconoscere il diritto di rivendicare la rimodulazione di stipendio, indennità e previdenza, sarebbe giusto chiedere se ritengono di non avere qualche responsabilità per tutto quanto si sta verificando a livello di sicurezza pubblica. Personalmente, temo di sì!

Le reiterate disapplicazioni di norme del governo che non piace, per poter poi dire che non hanno funzionato, le scarcerazioni facili, per qualche cavillo, di giovani, meno giovani, maranza, teppistelli, gruppettari violenti e immigrati irregolari fermati dalle forze dell’ordine per vandalismi, ruberie, risse, aggressioni alle forze dell’ordine, violenze, stupri ecc., mi sembrano più utili a far crescere l’insicurezza piuttosto che a garantire la «certezza della pena». E neanche una «scusa» alle migliaia di vittime dei loro errori giudiziari. Di cui in Italia, dal 1991 al 31 dicembre 2024, se ne sono registrati 31.949 casi complessivi tra errori giudiziari in senso stretto e ingiuste detenzioni, con una media di circa 940 casi all’anno. Così divisi:

Ingiusta detenzione (persone finite in custodia cautelare e poi risultate innocenti): 31.727 casi dal 1991 al 2024.

Errori giudiziari (condanne definitive poi annullate tramite un processo di revisione): 222 casi registrati fino al 31 dicembre 2022.

Costi per lo Stato: la spesa complessiva in risarcimenti e indennizzi per ingiuste detenzioni ed errori giudiziari ha superato i 987 milioni di euro.

(Fonte: Errori giudiziari.it)

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