Il mandato della segretaria scade a marzo ma sul tavolo c’è la proroga
Il Pd ha le primarie «nel DNA», assicura Francesco Boccia. Ma evidentemente il patrimonio genetico democratico ha bisogno di qualche modifica quando rischia di produrre troppi candidati. Perché mentre il centrosinistra discute di affidare agli elettori la scelta del leader della coalizione, al Nazareno prende forma una regola molto semplice: alle eventuali primarie il Partito democratico dovrà presentarsi con un solo nome.
Eppure appena otto giorni fa lo scenario era diverso. Il 17 settembre circolava l’ipotesi di affiancare a Elly Schlein proprio Giorgio Gori, con l’obiettivo di intercettare al primo turno l’area riformista e favorirne poi la convergenza sulla segretaria in caso di ballottaggio. Oggi, invece, si parla già di una norma «anti Gori» che impedirebbe ad altri esponenti dem di partecipare alla competizione di coalizione. Da possibile risorsa a candidato da tenere fuori dai gazebo: tutto nel giro di una settimana.
Gori propone primarie a doppio turno e sostiene che servano ad «allargare il consenso e il radicamento». La soluzione studiata al Nazareno vuole la direzione opposta: il Pd deve alla consultazione con un candidato soltanto, chiudendo prima del voto qualsiasi confronto tra Schlein e un altro esponente democratico.
Nel frattempo il mandato della segretaria, in scadenza nel marzo 2027, si avvia verso la proroga. La direzione nazionale del 2 ottobre sarà il primo passaggio, poi toccherà all’Assemblea nazionale. Schlein dovrebbe così accompagnare il partito fino alle Politiche e presentarsi alla stagione delle primarie ancora da segretaria, mentre la modifica delle regole toglierebbe dal tavolo l’ipotesi di una seconda candidatura dem.
Gori prima serviva, adesso disturba
È proprio la rapidità del cambio di linea a rendere interessante la vicenda. La candidatura Gori era stata immaginata per offrire una casa elettorale ai riformisti e ai moderati poco attratti da Schlein al primo turno. Non avrebbe necessariamente indebolito la segretaria: in caso di ballottaggio, quei voti avrebbero potuto convergere su di lei. Una settimana dopo, però, quella stessa candidatura non viene più considerata una risorsa tattica. Diventa lo scenario da evitare.
E il tempismo coincide con una fase nella quale l’area riformista continua a mostrare insofferenza. Gori ha contestato la linea di Giuseppe Conte sull’Ucraina e ha ribadito che il Pd non può arretrare sul sostegno a Kiev. Graziano Delrio si è detto «molto amareggiato e rattristato» per l’orientamento del partito sul disegno di legge sull’antisemitismo e ha messo in guardia da una «radicalizzazione del centrosinistra sui temi della politica estera».
Sabato i riformisti si ritroveranno a Prato. Sul tavolo non ci sarà soltanto il loro peso interno, ma anche il rapporto con il Movimento 5 Stelle e la direzione politica che dovrebbe assumere il campo largo. Proprio mentre quell’area prova a far sentire la propria voce, la possibilità di presentarsi alle primarie con un proprio esponente rischia però di essere chiusa dalle regole.
Il campo largo cerca ancora una linea
Sul resto, intanto, il cantiere è tutt’altro che concluso. Il programma comune non è definito, sull’Ucraina restano distanze profonde e Giuseppe Conte dice di essere pronto al confronto, aspettando gli alleati. Prima ancora di stabilire con precisione cosa dovrà proporre il campo largo, nel Pd si discute dunque di chi potrà rappresentarlo e, soprattutto, di quanti democratici potranno provarci.
Boccia continua a rivendicare le primarie come una «festa di partecipazione democratica». Gori chiede di aprirle a più candidature. Al Nazareno prende forma una norma per azzerare il confronto. Fino a pochi giorni fa il secondo candidato serviva ad allargare il consenso. Adesso la priorità sembra diventata evitare che quel secondo candidato arrivi ai gazebo.




