Movida Napoli, i comitati alzano il tiro: stop perfino a brindisi ed eventi spontanei

Gli esercenti denunciano una «deriva repressiva»

La battaglia contro la movida molesta rischia di trasformarsi in una lunga lista di divieti. Nelle osservazioni inviate al Comune, undici comitati cittadini chiedono restrizioni che riguardano non solo locali e musica, ma anche feste spontanee e brindisi collettivi.

È soprattutto su questo punto che il confronto sulle nuove regole della notte napoletana assume una dimensione diversa. Alla tutela del riposo e alla richiesta di maggiori controlli si affianca infatti una serie di prescrizioni destinate a incidere direttamente sull’utilizzo degli spazi pubblici: tra le proposte riportate da Antonio Di Costanzo su «Repubblica Napoli», compare il divieto di «feste, celebrazioni, eventi spontanei, brindisi collettivi e manifestazioni analoghe in grado di generare concentrazioni anomale di persone».

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Le osservazioni sono state presentate da undici comitati alla scadenza della fase prevista dall’iter amministrativo avviato dal Comune. Il punto di partenza è uno schema che fissa già limiti precisi: niente vendita per asporto di bevande dalle 24 alle 6, chiusura dei locali all’una dalla domenica al giovedì, alle 2 il venerdì e alle 3 il sabato. Il sindaco Gaetano Manfredi conserverebbe inoltre la possibilità di adottare ordinanze più restrittive in singole aree, come già accaduto per piazza Bellini.

Dall’asporto alle piazze, cosa chiedono i comitati

Per i residenti, però, quelle misure non bastano. Il nodo principale resta il consumo all’esterno delle bevande acquistate nei locali, indicato come una delle cause della movida molesta. Da qui la richiesta di anticipare dalle 24 alle 22 il divieto di vendita per asporto.

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Ma l’intervento immaginato dai comitati si estende molto oltre gli orari. Chiedono controlli sulla dimensione degli esercizi per verificarne la conformità al regolamento di igiene e sanità pubblica, verifiche sulla collocazione stabile dei contenitori dei rifiuti sul suolo pubblico e lo stop, tra le 24 e le 6, all’utilizzo dei plateatici e delle altre occupazioni di suolo pubblico.

Sul fronte del rumore, la proposta è quella di vietare completamente la diffusione sonora all’esterno e di consentire l’utilizzo degli impianti elettroacustici nei locali soltanto dopo la verifica dell’insonorizzazione. La stessa impostazione riguarda dj set, concerti e manifestazioni canore che non abbiano una funzione meramente accessoria o di accompagnamento, oltre all’impiego di tamburi, bonghi, percussioni e amplificatori portatili. Nell’elenco figurano anche il divieto di conferire e movimentare vetro durante la notte e la richiesta di monitoraggi fonometrici periodici da parte dell’Arpac, con pubblicazione dei risultati.

Le distanze emergono anche sul versante dei controlli. Confcommercio ha manifestato la disponibilità a partecipare alle spese per gli straordinari della polizia municipale. Una proposta che i comitati respingono, giudicandola «non opportuna per l’evidente conflitto di interessi».

La replica dei locali

Sul fronte opposto, la replica degli esercenti è affidata all’avvocato Roberta Valmassoni e parte proprio dal tentativo di regolamentare le aggregazioni spontanee. Chiedere di vietare eventi, brindisi collettivi e altre manifestazioni capaci di richiamare persone negli spazi pubblici rappresenterebbe, secondo Valmassoni, «una visione miope, sterile e profondamente preoccupante della convivenza urbana».

La critica riguarda l’idea stessa di spazio pubblico. Per l’avvocato, non può essere considerato un luogo a disposizione esclusiva di chi abita nelle strade interessate dalla movida, trasformando il vicinato «in un tribunale inquisitorio contro chi vive, ride, beve o chiacchiera all’aperto». Da qui l’affondo: «Napoli non è una proprietà privata condominiale data in gestione a qualche comitato di censori».

La posizione degli esercenti si fa ancora più dura quando Valmassoni contesta l’obiettivo di «sterilizzare la piazza», che a suo giudizio rischierebbe di trasformarla «in una colonia penale a cielo aperto». La volontà di limitare la socialità spontanea viene accostata a una «retorica autoritaria» volta a reprimere le forme autonome di vita sociale.

«Piazza ridotta a deserto»

Secondo la rappresentante dei locali, i comitati non si limiterebbero più a chiedere il rispetto delle regole, ma punterebbero al «silenzio imposto per ordinanza», all’«assembramento vietato per legge» e a una «piazza ridotta a deserto». Una concezione che Valmassoni paragona all’«ossessione per l’ordine geometrico e l’uniformità grigia» del Ventennio, quando, sostiene, gli italiani venivano ridotti a sudditi disciplinati sotto il controllo dell’autorità.

Ddietro le esigenze di riposo e decoro, per Valmassoni, si nasconderebbe «una pericolosa deriva repressiva e liberticida». Considerare la socialità spontanea come qualcosa da reprimere o un brindisi tra amici alla stregua di una minaccia all’ordine pubblico significherebbe, sostiene, perdere il senso stesso della democrazia.

«Se cediamo a questa logica, domani chiederanno il coprifuoco totale e il permesso di respirare», afferma ancora, rivendicando per Napoli il modello di una «metropoli europea viva e libera» e non di un «lager urbano gestito a colpi di delazioni e divieti». Gli esercenti chiedono quindi che nelle nuove regole vengano recepiti integralmente gli indirizzi già approvati dal Consiglio comunale.

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